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Mi piace ricordare

Un commento a “Luoghi Volti Suggestioni di Villa Sottocasa”

La Villa Sottocasa di Vimercate (MI), è sempre stata per me, che vivo da queste parti da ormai più di vent’anni, un luogo quasi invisibile, di certo del tutto intangibile, non potrei neppure dire che è nascosto, dato che la sua facciata è già così distante dalla strada (via Vittorio Emanuele, a Vimercate), che i passanti quasi non fanno caso alla sua presenza, e non buttano più l’occhio oltre il cancello che, sempre chiuso, separa il suolo pubblico dal cortile.Prima di vedere i filmati di Stefano de Ponti e le fotografie di Andrea Avolio, cui è stato affidato di rappresentare la Villa - in occasione dell’avvio dei lavori di restauro da parte del Comune di Vimercate - non mi ero neppure chiesto come potesse essere oltre quel cancello. Se mi fossi fermato ad osservare, avrei probabilmente scorto i particolari di un luogo decadente e inspiegabilmente abbandonato, ed avrei immaginato eventuali documenti al riguardo come tetri filmati volti a mostrarne la decadenza. Ora invece vedo, con mia sorpresa, che un luogo decadente può essere rappresentato come vivo, così come vive sono le piante che se ne sono appropriate, e che con delicata lentezza hanno continuato a crescere nei giardini e pian piano hanno anche invaso gli spazi interni della villa stessa.Con questa stessa delicatezza Stefano de Ponti e Andrea Avolio hanno saputo rappresentare e raccontare la Villa Sottocasa, senza ridondanza, senza retorica, senza rumore.

Le fotografie:
sono belle. E sono poche. Solo per questo ci sarebbe da fare i complimenti all’autore. Sebbene non esposte né stampate molto bene negli stand della mostra, sono la migliore introduzione alla villa. E’ curioso notare come quelle ritratte sul volantino (anch’esso dalla grafica molto azzeccata) corrispondono alle prime immagini dei filmati, ed inquadrano la villa, nella sua facciata, dal basso all’alto. Da vicino. Da quella prospettiva proibita che i passanti non hanno mai potuto assaggiare, perché tenuti lontano dai cancelli. Quella stessa facciata era visibile, sì, ma non da quella prospettiva, che Andrea Avolio utilizza per introdurci timidamente e con rispetto all’interno di questo luogo antico ma per noi nuovo.

Le interviste: è da esse che è nato il titolo di questo articolo. Sono rimasto sorpreso nel sentire spesso usare da parte dei quattro anziani intervistati espressioni come “mi piace ricordare.” L’ho trovata una cosa semplicemente fantastica e ormai dannatamente rara da vedere su uno schermo, dove – mi sembra retorico dirlo – siamo tristemente abituati a memorie di dolore in stile “la storia ci insegna”, “intervista ai terremotati” o peggio alle false e ridicole messe in scena dei presunti reality show. Chi ha la pazienza di ascoltare questi eleganti vecchi appartiene a un mondo diverso da quello della norma-TV. Per fortuna.

L’installazione:
in un momento in cui la parola d’ordine d’ogni mostra moderna sembra dover essere interazione a tutti i costi, l’unica cosa prevista nell’enorme stanza buia adibita a cinema nell’ala centrale della villa è l’opportunità di girare una chiave che attiva gli spezzoni di filmati, i quali si susseguono in ordine casuale. La cosa, molto semplice, funziona degnamente ed i presenti, sebbene spesso con timidezza, provano interesse verso il buffo arnese che attiva tutto il meccanismo, e così a turno si avventano sulla chiave e osservano (a volte assorti, altre volte ciarlando distratti) i filmati e le musiche annesse. Funziona, con semplicità, anche se molti restano delusi, aspettandosi probabilmente effetti speciali da Gardaland.

I filmati
scorrono lenti e pacati tra interni poco illuminati ma mai troppo bui, senza quindi lasciarsi andare ad una facile cupezza che sottolineerebbe impietosamente lo stato di abbandono in cui versano le decine di affascinanti stanze della villa. C’è da togliersi il cappello di fronte a tale capacità di mostrare con lentezza ma senza noia, con elementi minimi ma mai troppo scarni, la vita di un posto come questo. Alcune delle riprese sembrano addirittura dei fermo-immagine, ma se le si osserva con calma, e, soprattutto, con pazienza, con la pazienza che giorno dopo giorno abbiamo messo in gioco saturati dai ritmi di MTV e dei telegiornali, si vedranno le foglie mosse da un vento freddo e sottile, l’aria polverosa tagliata da luci tremanti, e le tende ondeggiare leggere, come vive. Guardando alcuni filmati, mi sono immaginato seduto in una casa, in una qualsiasi casa, non necessariamente in quest’enorme villa della Brianza, a guardare fuori, come ad aspettare, a godermi il passare del tempo, come in quei rari momenti in cui per poco si ha la fortuna di sentirsi soddisfatti, sereni, anche se forse non più felici come in tempi ormai trascorsi.Per chi li riconosce, sa che si tratta di momenti brevi e rari, che dopo un presente in cui di rado vengono vissuti a pieni polmoni, lasciano dei vaghi ricordi di immagini e odori passati e che non hanno più posto nella realtà sensibile, ma appunto solo nella cocciutaggine della memoria.

Per questo si caricano, quando evocati, di un senso di malinconia, che se ben guidata sa anche essere dolce e non solamente dolorosa; così è la musica dei Passo Uno, suonata dagli stessi Stefano e Andrea con l'aiuto del clarinettista e violoncellista Alessandro Bider: viola, chitarra, campane tibetane e contrabasso che accarezzano in lenta sincronia le foglie, i tessuti e le luci degli spazi. Addiruttura, spesso, field recordings di passi, di onnipresenti corvi o di inuditi sospiri, sono l’unica colonna sonora alle immagini, a dare un senso di presenza sospesa, come se chi ha filmato e registrato volesse essere lì con tutto il massimo rispetto possibile, quasi invisibile, con solo il rumore dei propri rapidi passi a svelare la propria presenza. A tratti c’è solo il silenzio, la massima forma di rispetto che conosciamo.Il rispetto: questa è forse la caratteristica che più ho apprezzato.
Con questo non intendo un rispetto filologico, alla storicità del luogo o dei suoi scomparsi abitanti, ma un rispetto al luogo che è oggi, all’oggetto della macchina da presa ed allo spettatore, cui è lasciata la calma per guardare, osservare, spiare luoghi che, anche a detta degli intervistati, a lungo sono rimasti chiusi e segreti anche quando ancora erano abitati.In effetti, chi, anche adulto, non conserva il desiderio infantile di intrufolarsi in una grande villa ricca di segreti? Come farlo, se non da soli o con pochi fidati amici? Ed è così che la camera da presa ci porta dentro la villa e nei suoi giardini: soli. E’ perciò, io credo, che anche la musica cerca di farsi sentire poco, come fosse solo il giusto sottofondo ai pensieri timorosi e affascinati che ci dà il gusto della scoperta di un mondo nostro, solo ed interiore. Le uniche guide, questi quattro saggi. E’ curoso sentire da loro come la casa sia ricordata come lontana, distante, nascosta, privata e vuota.
Chi la può vedere ritratta qui non può che provare quasi un senso di intimità, di accoglienza e calore, come se fossero le pareti stesse con i loro proprietari ormai lontani, ad essere ancora vive.Di certo la scelta (e la fortuna, visto il clima di quest’ultimo inverno) di girare sempre in giornate di sole contribuisce a dare calore alle immagini. Mi chiedo oggi, una settimana dopo, con la spessa neve che ha invaso le strade, com’è la Villa, come sta. Immagino i girdini all’interno ormai del tutto coperti di immobile neve, restituiti di nuovo alla loro placida solitudine.

Matteo Uggeri / Hue, 3 Marzo 2005