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La tromba va praticata poco e spesso

(Ronco Briantino, 22/06/08)



:: tromba sotto il sole ::

tromba "La tromba va praticata poco e spesso", questo lo slogan che campeggia in grassetto a chiusura di uno dei capitolo di un ottimo fascicolo destinato a chi voglia diventare un trombettista da autodidatta. Pochi minuti fa me ne stavo nel giardino della casa dei miei (loro sono in vancanza, i fortunati!), sotto il sole, beato e sudato, a leggere attentamente codesto breve libro e stavo per mandare un messaggio al mio solito amico Ago, per dirgli che a pagina 11 una frase ricorda che gli esercizi di respirazione appena illustrati prendono spunto dalle tecniche orientali dello Yoga.
Per fortuna ma una gustosa surrealtà è pronta a balzare fuori dietro molte affermazioni: "[...] immaginate di voler sputare lontano un chicco di riso o un residuo di cibo. Il suono dovrebbe risultare bello, metallico e forte, (tipo clacson)."
Ecco, l'idea di imparare ad emettere un suono bello come un clacson già mi sorride parecchio, tanto che la voglia di iniziare ad impratichirmi mi sale di continuo. Peccato che sia difficile trovare tempi e luoghi adatti (a questo proposito un anneddoto: pare che il glorioso Stefano 'Theta' Golfari, di Tasaday e Kontakte, fosse solito andare di notte nel Parco del Curone, nei boschi, per allenarsi!). Oggi avevo proposto a Gaia lasciarmi provare chiuso nel bagno della taverna dei miei, luogo quasi isolato dal resto della casa, ma il suo suggerimento è stato invece "perché non vai all'aperto, nei campi?" (tempo fa feci l'errore di parlarle del Metodo Golfari). Be'... oggi è una di quelle giornate incredibilmente afose, di quelle in cui con chiunque parli ti pare di avergli fatto qualcosa di male per l'evidente insofferenza che genera il solo dover aprire la bocca, allora mi sono immaginato solo, in mezzo a un campo incolto, sotto il sole, alle tre di pomeriggio, a trenacinque gradi, nel tentativo di gonfiare i polmoni fino a svenire (probabilmente dopo dieci secondi).
Alla fine, appunto, ho optato per la teoria e non la pratica, così eccomi qui a leggere il libro.



:: quattro anni di pratica per imparare Jingle Bells? ::

Quanto emerge da questo mio primo approccio è piuttosto disarmante: tutti mi avevano messo in guardia sulla difficoltà dello strumento ("vedi, per lo meno con il piano e la chitarra basta toccare corde e tasti ed un suono esce, con la tromba invece..."), ma a leggere qui mi tremano le gambe, anzi, le labbra. L'unico mio conforto deriva dal fatto che leggere lo spartito di Jingle Bells mi pare piuttosto semplice. Forse dopo quattro anni di studio la saprò anche suonare.

C'è una cosa comunque cui l'autore non fa cenno: l'imbarazzo. Tutti sappiamo che Miles Davis e Louis Armstrong facevano delle buffe facce mentre suonavano, ma ci siamo abituati. Ora l'idea di essere io a dover fare le boccacce per ore un po' mi spaventa. Se poi guardo le foto del libro non posso che fare tanto di cappello al poveraccio che si è prestato come modello: si tratta di un giovine sui venticinque, capello ingellato, barba appena fatta (esistono teorie anche su "meglio radersi sempre prima di suonare", giuro!), folte sopraciglia, sguardo nel vuoto e - appunto - bocca atteggiata nelle più improbabili posizioni. Corredano il tutto un orecchino da indio ribelle e un tendaggio sullo sfondo degno di una balera paraguaiana.
Lui è il mio modello. Da oggi lo chiamerò Raul. Io sarò come lui un giorno. Devo solo trovare quell'orecchino.

Hue, 22 giugno 2008