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Sorry for all the noise



Harshcore & Der Einzige - Live @ La Città di Sotto, 7th March 2009
Harshcore & Der Einzige - Live @ Arci Blob, 9th March 2009

Harshcore & Der Einzige - Live @ Sonntags Abstract, Graz (Austria), 11th March 2009


:: ringiovanire ::

"Sorry for all the noise", questa la frase che il buon Luca Sigurtà rivolge a due attempati signori che ci colgono nell'atto di abbracciarci, prenderci a mazzate sulle spalle, saltare contro i muri ricoperti di moquette beige del Post-Garage a Graz, dove da meno di un minuto abbiamo concluso un live devastante, per noi unico nella sua violenza noise scaturita in un finale durante il quale abbiamo perso del tutto il controllo, ritrovandoci ad urlare come pazzi e sfasciando le apparecchiature disposte sul palco con ordine prima del soundcheck.
"No, no! You don't have to say sorry. We really enjoyed. It was great", dice il lui della coppia, un'uomo che potrebbe avere l'età dei miei genitori e che pare essere un intenditore della musica più bislacca.
Siamo felici, ridiamo, gli occhi brillano, attorno a noi c'è un'atmosfera da grande evento, lo sparuto pubblico presente sembra più che soddisfatto.


:: ritornare ::

C'ero già stato qui a Graz, ma nel 2007, con gli Sparkle in Grey, e sempre con l'aiuto di Maru Fufunjira, responsabile della chmafu nocords, un uomo mitico che da anni organizza ogni settimana concerti di musica 'sperimentale' o quantomeno bizzarra in una discoteca che in altre serate ha "Brazilian Night" o la serata Omo, o la disco per ragazzini. Non so come faccia, ma gli sarò grato per sempre per avermi regalato dei concerti indimenticabili, in un luogo bellissimo (tutte le pareti si illuminano) e con un'acustica praticamente perfetta. L'impianto regge volumi atroci senza una vibrazione di troppo ed i fonici sono sempre disponibili e professionali. Il paradiso è a Graz.
Ma questa è stata solo la terza ed ultima tappa di un tour brevissimo che avrebbe dovuto avere origine nel Biellese, da dove i due Harschore provengono, per poi passare a solito e mitico Arci Blob arcorese. Tuttavia, qualcosa è andato storto all'inizio.


Venerdì 7 marzo

:: volevamo solo fare un po' di casino ::

"Questa sera concerto noise" svetta sulla Cronaca Biellese, giusto sopra a "Un viaggio nel Medioevo", e le due cose paiono formalmente legate, visto lo stato in cui pare versare la città dal punto di vista della promozione culturale alternativa: il concerto in programma questa sera a Biella viene annullato per potenziale disturbo alla quiete pubblica o forse per misteriose questioni di ordine burocratico. La notizia, giuntami al telefono da parte di un delusissimo Sigurtà, mi getta in uno stato di rabbia tale per cui mando la seguente mail per avvertire dell'annullamento del live:

<Siamo più che spiacenti di annunciare che il concerto programmato questa sera presso il Centro Sociale "La città di sotto" a Biella è stato CANCELLATO.

La Polizia locale ha fatto oggi pervenire un'ingiunzione ai gestori del locale, diffidandoli dall'organizzare eventi musicali presso la propria associazione.
Non abbiamo parole per commentare il progressivo abbattimento da parte delle istituzioni governative di molte delle realtà musicali di questo paese morente.
Dal Cox 18 a Milano, che per fortuna ancora riesce a resistere, al Buridda a Genova, o al Boccaccio a Monza, sembra impossibile far sopravvivere i posti dove si può ascoltare della musica 'altra', fosse anche brutta come la nostra.
Con Harshcore e Der Einzige andiamo in Austria mercoledì. Seguiteci e non torniamo mai più in questa nazione di merda.>


Però decidiamo di non demordere: ormai la gita a Biella è pianificata, quindi con armi e bagagli io e Gaia partiamo alla volta delle piatte lande piemontesi per quantomeno passare il week end in compagnia. La scelta è quella giusta: non appena vediamo i due Harshcore, ossia Tommaso "Il Francese" Clerico e Luca Sigurtà, cui si aggiunge la moglie Barbara, già stiamo bene. Affamati ci fiondiamo al solito bar dove sgrufoliamo formaggio fuso e prosciutti annegando nella meravigliosa ed ambrata birra locale Menabrea, secondo vanto internazionale di Biella dopo la fiorente scena sperimentale (composta unicamente dai due presenti, da Fhievel e da Manuele Cecconello).



:: La città di sotto ::

Giusto per esprimere la nostra solidarietà ai ragazzi del Centro Sociale dove avremmo dovuto suonare, "La città di sotto", aperto meno di un mese fa e già osteggiato da Giunta, Carabinieri, Polizia e ronde manganello-munite, andiamo da loro per berci un Cinar alla faccia del Governo Cittadino.

La scelta è quella giusta, poiché pare che potremo ritentare il concerto per venerdì 17 aprile. Ora si tratta di capire che minchia suonare in quella e nelle più prossime occasioni, dato che non abbiamo mai fatto uno straccio di prova finora, così ci accordiamo per trovarci il giorno dopo alle 14.30 ed andare nella mitica sala prove degli Harshcore, uno stabile decadente sui colli di Lessona. Ma adesso bisogna andare a dormire, siamo a pezzi.



:: una bella giornata per bollare la macchina ::

Dopo una breve e rilassata passeggiata mattutina in quel di Ternengo, paese natale del Sigu, luogo dove "tutti sono amici ma tutti si odiano" e "non c'è il matto del villaggio perché sono tutti spostati", siamo pronti per una pizza che in breve diviene seduta di confronto di coppia. Sarà la bella giornata, sarà la presenza di due malati di mente paranoici come me ed il Sigu, ma minuto dopo minuto la discussione approfondisce sempre di più i raffronti tra i rapporti di coppia che intercorrono tra lui e Barbara da un lato e me e Gaia dall'altro. Erano anni che non parlavo di questioni del genere con tale piacere, e quando mi alzo dal tavolo mi sento come catarticamente psicanalizzato, proprio pronto pronto per fare un'oretta di noise estremo.

La giornata è bellissima, il cielo è azzurro e l'aria tersa, così mentre le donne vanno a passeggiare noi due voliamo con l'auto carica di strumenti verso Lessona a raccogliere il Francese. Siamo così leggeri e spensierati che il Sigu pensa bene di stringere la curva di uscita dal box, dando una bella ranzata alla portiera posteriore della sua Peugeot. Constatati di danni, con lo sguardo verso il cielo limpido, commentiamo "Che bella giornata. E' proprio una bella giornata per bollare la macchina."



:: reahrshallo ::

Arrivati a Lessona montiamo le nostre corpose attrezzature in mezz'ora, da tanti sono i cavi da tirare e le manopole da aggiustare, e dopo pochi istanti io e il Francese già siamo lì a strombazzare con le nostre trombe finché il Sigu non si ammattisce nervoso. Inizio a provare il mio live in solo, prima mia prova con quello strumento del Diavolo, e la soddisfazione con cui i due compari mi ascoltano mi conforta. Poi è il turno dei pezzi assieme, che riescono decisamente bene, con un finale di puro noise su cassa dritta durante il quale il Francese strilla nel microfono ed io lo seguo con la tromba. Il Sigu è sadico, ed invece che chiudere dopo un minuto tira avanti per un tempo che a me pare un'ora, finché le mie labbra non sono viola e l'ugola del Francese è di carta vetrata.
Soddisfatti, senza fiato e con le orecchie sibilanti facciamo un salto al piano di sotto, in un Arci munito di meraviglioso giardino, per prenderci da bere. Quando arriviamo mi rendo conto che lì, senza dubbio, i suoni della saletta arrivano piuttosto nitidi, ed è forse quella la ragione per cui il ragazzetti impegnati col ping pong ci guardano come mostri. Forse per loro è aberrante vedere che i tre malati di mente che hanno fatto tremare il pavimento ora chiacchierano amabilmente come pensionati davanti ai loro thé freddi.
Saranno le labbra da Alba Parietti che mi ritrovo, mi sento scaricato, leggero. Non ero così rilassato da mesi.


Domenica 9 marzo

:: coprofobia e poi sevizie di Renato Zero ::

Con un po' di malinconia facciamo ritorno a casa dopo questa bella gita, e siamo pronti per il concerto di domani all'Arci Blob di Arcore.
Domenica, quando i due compari mi chiamano, li raggiungo subito al locale, dove li trovo davanti ad una birra mentre discutono di coprofobia. Senza neppure togliere il cappotto mi fiondo a capofitto nel discorso, che vira tra racconti di strizzoni diarroici a purghe ed ispezioni rettali. Pare che ognuno di noi abbia passato momenti molto difficili nella propria vita legati alla deiezione e, ancora una volta, parlarne è catartico e divertente al tempo stesso.

Ad interrompere le nostre filosofie giunge il Mario, il Bossi Comunista, che con cavi penzolanti in mano ci chiede di cosa abbiamo bisogno. Trattenendoci dal dire bestialità, chiediamo un paio di aste ed un tavolo, ed in breve siamo accontentati. Mentre montiamo il grande fonico dell'Arci Blob ci racconta come sia nato il suo amore per la musica, generato in realtà originariamente da un forte odio: la sorella, brutale, lo ha seviziato per anni costringendolo all'ascolto dei dischi di Renato Zero. "Tutti me li ha fatti sentire, dieci venti trenta quaranta volte. "No! Mamma, no!", "Trapezio", "Zerofobia", "Zerolandia", "Erozero"... E non mi hanno manco riconosciuto l'infermità mentale", afferma il povero Mario, salvato nell'84 dall'ascolto di "Under a Red Blood Sky" degli U2, prestatogli da un volontario del Telefono Azzurro. Di lì in poi passare a Pere Ubu e Sisters of Mercy è stato un attimo, e così ora è una delle persone più esperte di musica ch'io conosca. Ma quante ne ha dovute passare.



:: tacchi ed amici ::

Finito il soundcheck ci mettiamo a sgomitare tra le lunghe gambe ed i tacchi delle tanghère che ballano nel salone dell'Arci, dove si sta svolgendo il corso di tango con aperitivo ("Aperitango"). Le ballerine però magnano tanto quanto ballano, quindi patatine ed insalate fredde scompaiono dai vassoi come briciole ad un pic nic su formicaio, dunque Mario intercede per noi e ci manda in cucina, dove ci viene elargita una gustosa piadinona grondante d'olio. E' l'ideale per prepararsi a suonare la tromba.
Nel frattempo giungono diversi amici, tra cui Ilenia (tra le tanghère) ed il buon vecchio Ago, per il quale il mio affetto cresce ogni volta in cui varca la soglia dei luoghi comunisti per per venire a nostri concerti (accadde anche anni fa al Boccaccio). In più ci sono Alberto e Milena, nonché una troupe di spostati di una TV sperimentale, venuti da Roma per intervistare i divi delle ragazzine Harshcore.



:: Harhcore & Der Einzige ::

Il concerto scorre piuttosto liscio e contenuto, per me è la prima volta con la tromba davanti ad un pubblico. Un minuto prima di iniziare me ne rendo conto: sono un deficiente incosciente. Ho iniziato a studiare tre mesi fa, se Carelli sapesse quello che sto per fare mi infilerebbe la tromba tra le chiappe, senza contare il Maestro Lavazza, che vorrebbe controllare la qualità artistica delle esecuzioni pubbliche degli allievi, onde preservare la nomea della scuola. Io me ne fotto, ma prima di imbracciare il dorato arnese ci penso un attimo e capisco che potrei in effetti fare una figura di merda memorabile. Ma è troppo tardi.
Parto, e tutto sembra filare piuttosto liscio, però quando arriva la seconda tranche del mio brevissimo (15') live, so che inizia il difficile: una serie di SOL-LA che mi richiedono forza, concentrazione e tanto fiato. riesco ad inanellarli tutti più o meno dritti, tanto che ad un certo punto mi prendo pure bene, mi pare che il suono che ne sortisce sia buono, i delay si accavallano sontuosi, le distorsioni riempiono la stanza e ne esce quello che Sigu in prova ieri ha chiamato "un Vangelis noise". Bello.

E' ora il turno degli Harshcore nella nuova versione inconsapevolmente early industrial (nessuno dei due, a differenza di me, è fan dei primi SPK o simili, ma loro gli assomigliano sempre più), con i beat pestati, i vocals deviati del Francese e i noise analogici di Sigurtà. Come programmato eseguono i primi due pezzi da soli, poi entro io con qualche amenicolo ulteriore. Tutto pare filare piuttosto bene, anche se alla fine siamo un po' castrati dalla necessità di non alzare troppo i volumi, per rispetto all'Arci che rischia di trovarsi nei guai. Finito il tutto siamo piuttosto soddisfatti e raccogliamo commenti positivi dagli amici, dalla troupe della TV e da allegri sconosciuti. Ma è poco. A Graz vorremmo fare di meglio.


Martedì 10 e mercoledì 11 marzo

:: quaglie da Mafalda ::

Sbaracco tutto mentre il regista della TV si accorda con gli Harshcore per l'intervista: tenere o non tenere le maschere? andrà bene come sfondo il magazzino sfasciato dell'Arci? può andare come domanda "parlateci delle donne del noise"? La situazione è meravigliosamente surreale, ma mi tocca andarmene per preservare il sonno, così per l'una sono sotto le coperte mentre gli altri due sono sotto i riflettori con i microfoni in mano (e le maschere). Meno male che martedì saremo di nuovo assieme.

Per prepararci alla trasferta ho prenotato da Mafalda, trattoria brianzola dalle portate devastanti già cara agli Sparkle in Grey, così quando martedì sera i due Biellesi sono di nuovo qui ci sfondiamo di nervetti, insalata russa, cotechino, affettati, caprini, pizzoccheri e riso alle quaglie (da provare: una sorta di riso in bianco sul quale vengono appoggiati questi piccoli e un po' impressionanti uccelletti arrosto). Le chiacchiere, con anche Alberto e Milena, vanno dai soliti programmi televisivi di cui i biellesi hanno i neuroni farciti, passano per ricordi tennistici anni '80 per poi attraversare più volte territori musicali più o meno dementi. Il momento epifanico lo si raggiunge quando Milena dice di essere nata in Giappone: gli occhi dei nostri ospiti si spalancano come quelli del Furby modificato che usano dal vivo per poi partire in domande imbarazzanti sui cartoni nipponici "visti da dentro".
Non si sa come, ma uno degli altri argomenti clou della serata è la rivelazione che Tom Ponzi, il mitico detective degli anni '80, quello che vi assicurava di poter pedinare il vostri figli e controllare con chi uscissero, è in realtà 'Tomponzi' tutto attaccato, ossia un Gennaro qualsiasi che "Ha volutamente giocato con questa cosa del cognome!", come affermano paonazzi i due amici piemontesi.

Usciti di lì siamo assolutamente rintronati. Meno male che c'è la sveglia fissata alle 6:30 per partire verso Graz.



:: You Fat Bastard è sempre You Fat Bastard ::

Stranamente riusciamo nell'intento di lasciare Villanova per le 7:00, non prima di aver caricato la mia fedele Opel Corsa di tutte le cazzate che dobbiamo portarci dietro, che se un qualunque poliziotto neonazista heideriano di Klagenfurt dovese fermarci passeremmo una settimana a spiegare a lui ed al suo manganello a cosa ci servono un aerosol e una scatola Ikea porta viveri con un'antenna TV piantata in mezzo.

Come colonna sonora, finito Zooropa degli U2, l'unico disco che ci mette tutti immediatamente d'accordo è You Fat Bastard Live at Brixton Academy dei Faith No More [curiosamente, rileggendo poco fa il report dell'Eastern Tour verso Graz con gli SiG, vedo che accadde esattamente la stessa cosa due anni fa. Quel disco ci mette davvero tutti d'accordo].
Siamo felici musicisti sperimentali e viaggiamo sereni su un'A4 illuminata dal sole. Ad esclusione di una coda a Rovato tutto scorre liscio finché non ci aggredisce la fame nei pressi di Udine, dove decidiamo di lasciare la dritta autostrada per una sosta.



:: misteri del cibo pt. 1 (formaggio vecchio) ::

Una delle ragioni dello stop è anche trovare una farmacia dove il Francese,
noto russatore professionista, possa acquistare "Ronzaben", un medicinale da 18 euro a botta che dilata le narici come un crik e potrebbe consentirgli di evitare che io o il Sigu, noti insonni che sopravvivono a botte di EN, gli taglino la gola con un coltello da cucina.
Il paese che però scegliamo, tal "Pagnacco", che malignamente mi ispirava in quanto cognome di alcuni miei cari familiari, pare un tantino bizzarro. Ancora una volta il fiuto ci ha portati in un luogo assurdo, tanto che ipotizziamo come sia forse difficile che qui ci possa essere una Farmacia. Quando rassegnati stiamo per fermare un vecchio per chiedergli "Scusi, sa per favore indicarmi lo stregone del villaggio?" scorgiamo una croce verde accanto alla scritta "Omeopatia", e dunque ci fermiamo.
Sarà che entriamo solo io e Tommaso, sarà il fatto che compriamo una prodotto per lui che chiaramente rivela il fatto che dormiamo assieme, oppure la curiosità che il biellese dimostra per la crema lubrificante della Control (ammetto che pure io non l'avevo mai vista prima: viene venduta come crema "per massaggi", ma è abbastanza evidente che la zona cui è destinata è un tantino circoscritta), ma l'atteggiamento nei nostri confronti non è dei più amichevoli.
Anche altrove scopriremo che i Friulani di queste terre non brillano per affabilità ("Ti ricordi Fabio Capello, no?" mi dirà poi mio padre ricordandomi di un Friulano doc famoso per la sua disposizione al sorriso spensierato), ed in special modo presso un bar buio ed imboscato.

Lì io e quello che ormai in tutto il paese sarà già visto come il mio ganzo vorremmo un panino, ma la tizia ci smonta dicendo "Ce n'è solo uno". Lui, gentile come sempre, lo lascia a me, al che la vaccona lo taglia in due parti, ne rimette via una e mi chiede con cosa io lo voglia farcire. Un po' interdetto (dove finirà l'altra metà? perché allora non la può dare al Francese?), indico un formaggio attraverso il bancone di vetro.
"No, questo è vecchio" mi sento rispondere.
"Ah. Allora... allora magari... quello lì?".
"No, è vecchio".
Provando gran nostalgia per le amorevoli cure di Mafalda, mi chiedo cosa significhi per lei 'formaggio vecchio', dove in altri luoghi viene chiamato 'stagionato' (e quindi pregiato) oppure 'rancido' (e quindi gettato e non tenuto a vista dei clienti). Risolvo con un ecumenico "Mi dia pure quello che vuole lei", così miss Lovely Girl Pagnano 2009 raccatta una caciotta insipida e me la schiaffa nel (mezzo) panino.
Luca ha perfino l'ardire di chiedere se c'è una toilette, ma forse i suoi cortesi modi piemontesi qui sono visti con astio, dato che la risposta è un "Certo, è lì" che farebbe innervosire un Gesù Cristo.
Finito il mio sciapo pranzo ce ne andiamo dal bar, da Pagnacco e dal suo "Macelleria, Salumeria e Abbigliamento" (giuro) che svetta sull'altro lato della piazza.
Rispetto ai titoli del giornale locale non me la sento di fare commenti (vd. foto sotto).


:: la musica per noi, la musica per tutto ::

Lasciatoci alle spalle l'orrore di Pagnacco piazziamo il Francese al volante, essendo lui il guidatore dal piede più leggero della compagnia, e conoscendo i severi limiti di velocità austriaci. La giornata è limpida come nel cielo di un porno Californiano, le montagne ci circondano come cosce di donna e superiamo il confine come scivolando su una striscia di vaselina.
Sì, è difficile non vedere richiami sessuali ovunque quando si viaggia con gli Harshcore.


Il Sigu dorme e così per me è l'occasione di tempestare il Francese di domande sulla teoria musicale. Lui è un ottimo bassista, chitarrista, cantante (ha militato per anni in uan cover band dei Beatles) nonché conoscitore dei linguaggi musicali, quindi mi spiega cosa siano le scale pentatoniche e come mai il passaggio a quelle modali operato da Miles Davis a seguito delle sue conoscenze della musica africana abbia aperto nuove e straordinarie possibilità musicali. Io lo ascolto affascinato e per quanto mi sforzi non capisco quasi un cazzo, nonostante questo prendo appunti mentali sul concetto di ribattuto in Mozart e della nascita del pop come lo conosciamo ora. Di lì al discorso sulla nostra musica e su cosa significa suonare per noi, su come questa sia una pulsione irrinunciabile, il passo è breve, e sveglia pure l'interesse del Sigu, che emerge dal sonno per unirsi infervorato al discorso su fare musica per sé, con gli altri, per condividerla con gli altri, per avere dei ritorni in termini di apprezzamento da altri musici e critici. Più parliamo più scopriamo che la questione è complessa e diversissima per tutti, ma è fantastico confrontarsi, tanto che entriamo in Graz sulle ali delle parole e giungiamo al Post Garage, in centro città, senza alcuna difficoltà.



:: Graz ti amo ::

Siamo in pauroso anticipo, quindi dopo aver messo al sicuro le apparecchiature nel Post-Garage grazie a Stefan, il fonico che è già qui pur essendo le tre e mezza di pomeriggio, ci dedichiamo ad una passeggiata tra le ventose vie di Graz. L'altra volta con gli Sparkle in Grey non c'era stato tempo di visitare la città se non per pochi minuti al mattino, ma ricordo che restammo abbagliati dalla bellezza del centro vecchio e delle ragazze locali.
Anche a questo secondo giro le cose non vanno male, nonostante il freddo pungente e la stanchezza che ci portiamo dietro. In più, io e Tommaso, insoddisfatti per il pranzo Friulano, abbiamo già fame, così presto puntiamo verso un pub/ristorante che già avevamo addocchiato in precedenza, puntando ad una gustosa Wiener Schnitzel. Tutto questo non prima di rischiare la galera per una tentata foto in cui, di fronte ad un vetro rotto, il Sigu vorrebbe farsi riprendere mentre finge di essere lui a spaccarlo con un pugno. Ovviamente mentre è in posa passa una macchina biancoblu della Polizei e ripieghiamo per una più canonica posa. Sarà a causa di questo, dei buffi cappelli che tutti e tre portiamo o di una 'stranierità' troppo evidente, ma ovunque andiamo pare che la gente ci guardi strano, mettendoci in un certo imbarazzo.



:: misteri del cibo pt. 2 (achtung formaggio!) ::

Il posto scelto è proprio di quelli che piaccino a me, dove nerboruti signori divorano bistecche impanate grosse come copertoni e le pareti sono piene di rimandi al vecchio imperatore. Scegliamo un accogliente tavolo di legno e la deliziosa e minuscola cameriera raccoglie le nostre ordinazioni, ma a causa di un inglese stentato è costretta ad un certo punto ad allontanarsi diretta alle cucine. Per noi pare essere tutto chiaro, ma è lei a volerci dare una qualche spiegazione supplementare non richiesta. Torna con una mami di colore vestita da cuoca (sarà la cuoca?) che, in un inglese ancora più incerto ripete "Mit Kase, avec Cheese", buttandoci dentro pure un po' di francese giusto per confondere le acque. Intuiamo che vuole avvisarci che nella Schnitzel c'è del formaggio, un po' tipo cordon bleu, cosa che noi avevamo letto nel menu, ma forse una disposizione del governo impone agli esercenti di avvisare se c'è del formaggio in un piatto che ordinano. E' del tutto evidente che per chiunque incontriamo il formaggio riveste un'importanza spropositata.



:: mangiamo pasta tre volte al dì ma spacchiamo il culo quando suoniamo ::

Ricordavo come i suoni qui fossero praticamente perfetti, ed infatti anche questa volta, pur essendoci un diverso fonico, le cose vanno alla grande. Per una volta non abbiamo limitazioni di volumi, e qui copio incollo la mail di Maru che ieri prima di partire ci ha gonfiati di gioia:

<Hey,
I think there will be enough tables and chairs. At least if you're not extremely picky.
It will be in the same room as Sparkle In Grey and yes,
there are volume restrictions. If it's not loud enough maru will cry :-))
Seriously, there are no volume restrictions and we are very lucky since my favorite sound guy will work for us - and he likes it loud (and knows how to get a GREAT loud sound!).
So, everything will be wonderful and we will have a great evening together.
See you guys tomorrow,
maru>


Sembra incredibile, quindi fidandoci di quanto scritto da lui ci sistemiamo ben bene e scendiamo dal palco soddisfatti per prepararci bevendo un cocktail dietro l'altro. Tempo 20' e la situazione vede il Francese piantato davanti alla barista con occhi sognanti e me ed il Sigu seduti su un divanetto a caricarci dicendo di come spaccheremo il culo questa sera. Nel momento esatto in cui lo diciamo, quattro dei dieci presenti lasciano il luogo, diretti sicuramente verso più consoni divertimenti. Il locale a quel punto vede soprattutto amici di Maru da una parte e una sezione di aspiranti suicidi solitarii che fissano il vuoto dall'altra. Capiamo che gli unici che vedranno il nostro live sono persone che, accortesi di aver perso ogni afflato vitale, questa sera si sono dette "O m'ammazzo o vado a vedere un concerto qualunque" e si sono ritrovate qui. Convinti che almeno abbiamo salvato delle vite umane, ci fiondiamo dal Francese incuranti del fatto che così ubriachi ed euforici non possiamo che rovinargli l'abbordaggio verso la tipa del bar. Lei invece pare interessarsi molto a noi italiani, con i quali vuole chiarire alcune questioni importanti:
"Ma è vero che mangiate sempre pasta?"
"Due o tre volte al giorno?"
"E mangiate poi anche il secondo, come fate?"
"Ed è vero che mangiate anche gli uccelli piccoli?"
Le risposte che diamo sono nell'ordine:
"Certo, non possiamo vivere senza."
"Anche la notte se ne sentiamo la necessità."
"E voi allora con quelle cazzo di Wiener Schnitzel da ostrusione arteriosa?"
"Sì, proprio ieri sera da Mafalda. Ottimi."
Io la vorrei prendere a calci, ma forse in virtù dei suoi begli occhi al Francese la bimba piace da morire, quindi gliela lasciamo intortare e facciamo due chiacchiere con il buon Maru, che ci dice che secondo lui la scena sperimentale italiana in questo momento è la più interessante del mondo. Io mi meraviglio, ne sono contento, e lui mi dice "Certo, gli OvO ed Urkuma per esempio, sono strepitosi". In effetti non è il primo da cui sento questo, anzi ben due tizi, il canadese Philippe Blache ed il russo Dmitry Vasiliev so che stanno scrivendo libri su tale argomento. E ora sono cazzi nostri non rovinare questa fama.



:: Harschore & Der Einzige ::

Parecchio brillo salgo sul palco per il mio live introduttivo, sono ormai piuttosto tranquillo, ma questo non significa che andrà bene, infatti me lo ricordo poco ma mi pare di avere steccato più note con la tromba, di aver dimenticato di mettere un certo effetto e di non esser stato pienamente convincente. Insomma domenica all'Arci era stato meglio, ma quando finisco il mio drone di tromba e cornamusa (uso anche delle registrazioni fatte con Alberto che suona il mitico Baghèt, la cornamusa brianzola) la gente pare soddisfatta ed i due Harshcore, rimasti seduti accanto a me con lo sguardo - filtrato dalle maschere - verso il pubblico, praticamente immobili, si alzano per mandare la sigla dei Telethubbies, da sempre l'intro per i loro live.
Come da accordi io mi nascondo dietro la mia alta postazione, come la loro ricoperta da un bellissimo telo nero, così da riapparire scenicamente quando sarà il mio turno.
Da lì dietro sento che prima Do it Dodo e Dreida dopo sono già più cariche che in altre occasioni, con Tommaso che strilla a più non posso. Chiuse queste parte un sample dal mitico "Freaks" di Tod Browning, per me il segnale di risalire in piedi, accendere il pinguino aerosol che mi sono portato dietro e portarne il getto verso il microfono e la mia bocca. Di lì in poi tutto è in crescendo, tutto riesce bene, con Tahoma quasi blues ed una devastante Museum, sorretta da un pesante beat in 4/4, durante la quale ci sentiamo lanciatissimi. Almeno fino a che non salta di colpo la luce.
E' finita. La corrente manca solo sul palco, per di più in un momento che chiude una battuta, quindi per i presenti è la fine del pezzo e del concerto, quindi mentre noi ci guardiamo in faccia spaesati questi applaudono e gioiscono.
I miei compari se ne vanno nel corridoio, io scendo dal palco ridendo, ma preoccupato. Non può finire così. Non deve finire così, non dopo tutta questa strada. Così vado da Stefan al mixer, che si complimenta con me ma io gli spiego che, grazie grazie per i complimenti, ma mica è finita, mica era voluta! Allora lui mi dice che ripristina tutto, che se vogliamo possiamo procedere. Il pubblico non sa, e applaude come per avere un bis, quindi raggiungo i due nel corridoio, per trovarli con le facce scure, senza maschere, arresi. Rompo il cazzo finché non si convincono a tornare su, ed è la cosa migliore che potessimo fare.



Siamo così incazzati che non vediamo l'ora di darci dentro di nuovo. Parte Mario Bros ed il suo drone, io e il Francese prendiamo le trombe in mano, lanciandoci a tutto volume su un suono basso, corposo, un'enorme bolla che riempie il locale. Poi il beat. Poi i rumori dalla macchine di Sigurtà. Poi Tommaso che urla. Poi io che alzo le note e la distorsione della tromba. Poi i beat si sfasciano, si distorcono, lascio la tromba, prendo una bacchetta di legno e attacco a mazzate tutto quel che ho sul palco. Tommaso sta in mezzo al pubblico, si è tolto la prima maschera e con la seconda, veneziana, urla in faccia alla gente. Sigu inizia a dare botte al tavolo, che si sposta, ondeggia, caracolla sotto i colpi. Dall'altro lato risponde il suo compare, poi urla urla sempre di più. Io ho rotto i microfoni a contatto, lancio la bacchetta, inizio anche io a usare il microfono con la voce, poi urlo, ma non basta, quindi lo stacco dall'asta e mi dirigo prima verso Luca poi da Tommaso.
Ci urliamo in faccia.
Sento il suo respiro caldissimo.
Vedo gli occhi attraverso la maschera.
Sigurtà alza al cielo l'albanese, pronto a spaccarlo sul tavolo.
Poi tutto finisce. Lasciamo a terra il microfono in un mare di feedback, il ritmo si interrompe resta solo il Furby modificato che strilla i suoi versi elettrici. Chiudiamo. E' finita.
Nessuno ha fatto foto di quel momento. Erano tutti immobili.



:: "Sorry for all the noise" / "Thank you for the performance" ::

E' questo il momento descritto nell'incipit del report. Non so come descrivere il senso di gioia provato in quel momento. Sappiamo di avere fatto un concerto indimenticabile. Sappiamo che è piaciuto da morire ai presenti, e che difficilmente si ripeterà.
Nulla di quanto accaduto nel finale era previsto, men che meno ch'io mi mettessi ad urlare. Stiamo bene, benissimo, siamo pronti a tornare di là, a goderci tutto questo.
Dopo pochi istanti, come nella migliore tradizione rock and roll, siamo circondati da gente. Donne, nella fattispecie. A ciascuno la sua: il Francese ha la sua bionda barista che pende dalle sue labbra, io una ragazza francese di origine vietnamita che un po' intimorita mi confessa che pure lei, nel suo piccolo, un pochino ha urlato durante il nostro live, ed il Sigu si ritrova una tipa enorme ed ubriaca (di qui in poi soprannominata "la gonfia") che gli tira un sacco di domande assurde. Ogni tanto qualcuno passa e ci stringe la mano, e Maru ha gli occhi lucidi per l'alcol e la commozione. La gente ci dice "Thank you for the performance" Momenti così non dovrebbero finire mai.
Ma finiscono.
Ad un certo punto Sigu riesce a mollare la Gonfia e ad avvicinarsi a me e alla tizia francese, che con un suo amico pel di carota si sorbisce i delirii su quanto per noi sia praticamente indispensabile suonare.
Pian piano il locale si svuota, ma appena prima di andarmene riesco a scambiare altre due parole con il bravissimo DJ della serata, tal Alexanr Vatagin, che in precedenza mi aveva detto di essere viennese ma di suonare in un gruppo italiano, nientemeno che i Port Royal.
Nonostante il grado alcolico io sono in grado di regalargli un paio di dischi, mentre lui fa lo stesso (i grandiosi Tupolev e gli Sloan, altri due ensemble in cui suona), poi compilo le carte burocratiche per Maru, incasso il pattuito e siamo pronti ad andare.


:: non tornate in quella casa ::

Con mia grande sopresa pare che anche questa volta, come due anni fa, ad ospitarci sarà la stessa famiglia, quella nel cui letto sbagliato mi infilai allora (vd. report). Un po' intimorito seguo lo stesso Maru che sgambetta dondolando sulla sua bici arancione per le deserte vie di Graz. Quando siamo lì mi sento come a casa, è bellissimo ritornare in un posto conosciuto. Ringraziamo l'amico austriaco con grandissime strette di mano, e quando gli dico "You're the best concert organizer I ever met", lui risponde "No. I'm the most drunk concert organiser you ever met". Lo amiamo perché è vero, ha un alito alcolico che potrebbe sverniciare la sua bici.

Sarebbe ora di dormire, ma prima dobbiamo far ingollare la medicina anti-russata al Francese, e poi siamo troppo ipereccitati per metterci a letto. Parliamo senza sosta, ogni gesto fatto ci sembra mitico, e dove in altre occasioni ci buttiamo giù per nulla, qui ci prendiamo benissimo e siamo sempre più convinti di esser stati grandi. Io ho un mal di gola che manco avessi magiato sabbia & aceto, ma ne valeva la pena.
Il mattino dopo ci svegliamo inutilmente presto, verso le 9:00, e tentiamo invano di ringraziare i proprietari, ma c'è solo un ragazzo in casa, il quale, quando gli allungo la mano per dirgi "Thank you for the hospitality" mi risponde molto sorridente "I don't live here". Decidiamo di andarcene.


Giovedì 12 marzo

:: mania di persecuzione al contrario: tutti ci vogliono fare ::


La giornata anche oggi è tersa, siamo quasi riposati (anche se io ho russato e Luca confessa di aver avuto la tentazione di soffocarmi nel sonno) e la gente per le strade pare allegra e rilassata. Ovunque andiamo, anche oggi ci sentiamo osservati, ma con tutt'altro spirito: oggi tutti sembrano, nelle nostre menti bacate ed esaltate, guardarci con ammirazione, simpatia, forse desiderio, come se la fama delle nostre gesta di ieri si fosse diffusa in tutta la città. Anche camerieri e cameriere che ci portano il caffé sono particolarmente gentili, forse attratti da noi.
Quando però per strada ci pare che anche un vecchio cieco col bastone ci guati con aria sessual-venatoria capiamo che stiamo passando il segno e che forse sarebbe anche ora di tornare a casa.


:: non andare mai in via Tonino Fritz ::

Con Tommaso alla guida rimettiamo le chiappe sulla Corsa rossa e facciamo rotta verso l'italia. Il viaggio scorre benissimo sulle grendiose note di "The Writer's Block" di Peter John & Bjorn, mentre non facciamo altro che ri-raccontarci quanto siamo stati fighi ieri sera e quanto siamo piaciuti, pregando che questa sensazione ci resti addosso a lungo.
Giunti in Italia ci fermiamo dalle parti di Tarvisio alla ricerca dell'Uomo Lepre (vd. ancora report passato), ma vanamente, così siamo costretti a ripiegare per la visita ad un paesino di cui avevo in gioventù sentito parlare come un luogo di villeggiatura: Pontebba. Per arrivarci attraversiamo però San Leonardo, uno sfortunatissimo paesello incastonato tra le montagne, in una stretta valle, ma circondato da praticamente ogni lato da autostrade. E' di una bruttezza paurosa, e ne fuggiamo in fretta.
Purtroppo Pontebba non è molto meglio, decaduta anch'essa a causa delle autostrade intorno. Della vecchia gloria turistica non resta quasi nulla, tanto che molti posti sembrano abbandonati. Noi cerchiamo solo un baretto in cui mangiare un panino, ma anche quello non sembra facile a trovarsi. Percorriamo il paesello in lungo e in largo, incappando solo in anziani e poliziotti annoiati. Ad un certo punto ci troviamo di fronte ad una sorta di vicolo cieco che ci costringe ad infilarci in una viuzza stretta e tetra, ne ricorderemo per sempre il nome: via Tonino Fritz, forse un martire, forse il fondatore di questo sfortunato posto (manco in Gùgol ve ne sono tracce). Sembra di essere entrati in una dimensione parallela, un luogo dove vive solo gente cui non frega più un cazzo della vita. Macchine abbandonate coperte di polvere, persiane chiuse, muri semi-abbattuti, lavori lasciati a metà, un orrore. Per fortuna dopo sedici svolte ci ritroviamo di nuovo nella piazza principale, dove vediamo un bar che prima ci era sfuggito. Parcheggiamo ed entriamo.

Purtroppo i tavolini fuori, esposti al tiepido sole, sono occupati da ragazzi nordafricani che prendono il caffé, così a noi tocca l'interno. Subito i 3 gradi di temperatura ci fanno apprendere che a Pontebba il riscaldamento è un optional, ma il top è raggiunto quando facciamo visita al bagno, ridotto la cloaca di un campeggio alla fine di un rave party. Non possiamo mollare, quindi ordiniamo tre panini identici a mortadella e pathé di olive (erano i più normali in lista). Ce ne porteranno tre al crudo e salsa di radicchio, praticamente immangiabili. Non è facile fare dei panini cattivi, ma a Pontebba ci riescono.
L'unica cosa che salva questo luogo è la splendida barista, una donna di quarant'anni alta, tornita, elegantissima, potrebbe essere la presentatrice di un telegiornale. Cosa cazzo ci faccia a servire panini in un luogo come questo solo Dio lo sa. E, per dirla tutta, forse sarebbe stata meglio come mezzobusto TV, dato che fa dei panini sbagliati e disgustosi.

Il Francese definisce il cibo "con un retrogusto un po' all'alito di Maru", e non gli si può dare torto. Sigu infatti lo molla lì ed io fatico a finirlo. Prendo un caffè per scacciare il sapore e poi usciamo. Sul tavolo dei ragazzi magrebini fa bella vista di sé una sorta di lungo coltello, una specie di Kriss malese, degno di Sandokan, peraltro incorniciato all'interno di una piccola teca di velluto rosso e cornice dorata. Ci guardiamo ed acceleriamo il passo.



:: industrial music for industial people ::

Lasciatici alle spalle l'orrore di Pontebba ("E che poi l'abbiamo vista in una bella giornata di sole. Ma ci pensi quando piove?!" afferma giustamente il Sigu), facciamo rotta verso casa. Guido io, e mentre Tommaso si fa un dormita eterna, io e Sigu proseguiamo con le nostre chiacchiere, addentrandoci sempre più in cose personali, in faccende di musica e amici, in ricordi di quando ci siamo conosciuti ai tempi di Musique Actuelle.
In prossimità di Brescia facciamo una piccola pausa in modo che Sigu possa sostituirmi alla guida, finché nell'ultimo tratto di strada cominciano ad emergere importanti questioni sulla prima musica industriale. I due Harshcore mi riversano di domande sui primi gruppi che più o meno sposavano questa definizione, ed io mi faccio prendere e parto a raccontare tutto quello che so, invasato come un Piero Angela sotto anfetamine mentre parla della tettonica a zolle. Così sciorino anettoti, teorie, descrizioni e consigli su Cabaret Voltaire, Throbbing Gristle, Nocturnal Emissions e - soprattutto, sempre e comunque - SPK, miei grandi miti. Il tutto ascoltando "Blue Valentines" di Tom Waits.

Ormai siamo a casa. E' finita anche questa. Sono le sette, e ci riesce difficile pensare di poterci separare, vorremmo poter proseguire, fare almeno un paio di altre date. Meno male che in effetti sono ora in programma, a metà aprile. Non vediamo l'ora. Pare quasi che tornare al lavoro, alla vita di tutti i giorni sarà solo una parentesi prima del prossimo live.
Vorremmo che questo stato estatico ci restasse nel frattempo addosso. Tiro fuori "Leichenschrei" degli SPK. Metto War of the Pigs, uno dei brani più spaventosi che mente umana abbia mai partorito, beats ossessivi e urla animalesche su un tappeto di rumori scomposti.
E' poesia.
Scorrono i titoli di coda.



Qui sopra il video di The Agony of the Plasma, SPK live, 1982, Sidney.

Foto di Tommaso Clerico.

Hue, 16 marzo 2009