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Facciamo bello assieme io e te dài?

(Castel Maggiore, aprile 2009)

:: cosmetici vs. musica: 2-0 ::

Nella migliore tradizione Sparkle in Grey, un evento importante come le registrazioni di un nuovo disco, il nostro assurdo "Mexico" non può che presentare imprevisti devastanti. Dopo aver fatto giochi d'equilibrio mostruosi per riuscire a trovare un week end in cui tutti e noi quattro, il fonico e i due ospiti al piano ed alla batteria fossero disponibili per una trasferta a Bologna, scopriamo di non avere un posto ove pernottare nei 3 giorni previsti. A causa di un malinteso tra noi e il fonico pare che l'appartamento sopra lo studio, comodissimo, spazioso, economico, sia proprio in quei giorni affittato ad un tizio. Egli è lì per l'annuale fiera Cosmoprof, The Beauty Event, quella che dopo il Motorshow è la fiera più importante di Bologna. Tratta di cosmetici (interessante!) e richiama gente da tutto il mondo. Risultato: in città i prezzi di hotel e B&B raddoppiano e non c'è un buco manco a corrompere i locandieri. Ci salva, grazie a Dio, il mio amico Davide Menarini, il quale ha una casa a Bologna libera, e con grande generosità decide di prestarcela. Senza di lui non so cosa avremmo fatto.


Giovedì

:: uniti come fratelli 1: ci vediamo là ::

La mia organizzazione tedesca va prontamente a farsi inculare già dai primi passi che muoviamo: il Cris, a causa del peso della strumentazione che si deve portare dietro ha optato per raggiungerci a Lambrate in macchina. Ovviamente, come dai tempi dei Norm, quando lui ancora senza patente inforcava il motorino per venire da me a registrare due note di chitarra, piove che pare un monsone indiano che transita in Lombardia per vacanza.
Non sarebbe tanto grave, se non fosse che in tali condizioni la circolazione a Milano diventa appunto come quella di Calcutta, e che quindi attraversare la città prende un tantino di tempo in più. Giusto quella ora e mezza durante la quale, perlomeno, ho l'opportunità di conoscere meglio Simone, il nostro batterista ospite, nonché l'uomo che da anni ci consente di suonare al mitico Silos, la sala prove da lui attrezzata all'interno di una sorta di fabbrica/magazzino che fa tanto punk/industrial Manchester/Sheffield ma che in realtà è Brianza, Pagnano per la precisione. Ed il Silos è la miglior sala prove del pianeta, nonostante le apparecchiature che la abitano cambino ogni settimana e non sempre chi la sfrutta la tratta degnamente. In più Simone, conosciuto in tutta la Bosnia come "Il Maestro" è uno che di musica ne sa a pacchi ed ha suonato con una marea di gente, tra cui Alex Baroni e Tony Spada, per non contare tutto il liscio a cui si è dedicato in orchestre sul lago Maggiore.
In queste nostre registrazioni sarà l'uomo in più, l'ospite speciale, il jolly ritmico, il mentore spirituale, il magnaccia bulgaro.

Ad ogni modo, mentre lui mi racconta la storia delle badanti di sua madre, tra cui l'indimenticata Gabriela, rumena splendida, gentile, affettuosa e bravissima, purtroppo dovuta fuggire in Irlanda da un fidanzato geloso che la maltrattava, ed a cui un giorno Simone dedicherà una canzone (strumentale) intitolata "L'angelo", Cris vaga per le strade di Milano telefonandomi di tanto in tanto dicendomi il nome di una via e chiedendomi implorante "Va bene?". Non va mai bene, di conseguenza quando giunge dove siamo noi (più o meno) trasferiamo la sua roba in tutta fretta e poi partiamo a velocità folle verso Bologna, dove praticamente gli altri due, Franz ed Alberto, partiti dalla Brianza, sono già arrivati.


:: uniti come fratelli 2: tu dove sei? io sono qui? ::

Per fortuna ormai il grosso del traffico in tangenziale si è diradato (scopriremo che non c'è n'è mai stato 'sta sera, ma fingiamo di poter trovare un lato positivo), quindi il viaggio verso Bologna scorre liscio, con l'ascolto dei take preliminari, fatti proprio al Silos, del disco che andiamo a registrare. Un ripassino che ci fa venire una gran voglia di registrarlo davvero 'sto CD, e di farlo bene. Ci scambiamo opinioni ed idee in proposito, sperando che anche gli altri due le condividano una volta là.
L'umore di Simone rischia di essere funestato dalla notizia che il suo furgone (comprato usato un mese fa e ora con il motore da rifare, 2.500 euro), che staziona presso un gentile ma stufo meccanico di Laives (BZ), dovrà continuare a restare lassù tra le montagne con tutti gli strumenti che contiene, là dove ha abbandonato il suo padrone a piedi due settimane fa al ritorno da un tour blus in Svizzera. Ma Simone non si abbatte, "troveremo una soluzione" gli dico. Ovviamente era anche il furgone con il quale avremmo dovuto andare tutti a Bologna, ma la fortuna degli Sparkle in Grey è ormai nota.

Nel frattempo i due della Brianza si sono fermati in una pizzeria a Castel Maggiore, paese che costituisce la nostra meta, il luogo dove si trova il Morphing Studio di Cristiano Santini, una sorta di bunker che scopriremo essere nascostissimo nella frazione Primo Maggio, una piatta costruzione di mattoni mimetizzata in mezzo ad una pletora di fabbriche. E' in una zona della periferia di Bologna che non offre nulla di gustoso allo sguardo, solo silos (veri), centri arredamento, mignotte e lavori in corso.
Lo studio però, quando lo troviamo, è bellissimo. Direi il migliore in cui siamo mai stati. La sala dove registreremo è grande più di casa mia, e le apparecchiature di Santini sono raggruppate su una console che mi fa venire il dubbio possa portarci a velocità warp se schiacciamo il tasto sbagliato. Riconosco solo due schede audio Motu da 8 ingressi ciascuna, tutto il resto (mixer, ampli valvolari, plance di comando varie) sono roba ignota. Cristiano è gentilissimo e ci spiega cosa ha lì e come pensa di dislocarci per le registrazioni, in pratica uno in ogni anfratto: ad esempio l'ampli del basso, grande come un armadio a tre ante, sta in un corridoio per non rientrare negli altri strumenti.
Il tutto mi piace moltissimo, e mi inquieta allo stesso tempo. Mi inquieta anche il fatto che gli altri due, che dovrebbero essere qui da un'ora, non si sono invece ancora visti. Considerato il fatto che le mignotte più volte incrociate durante il girovagare per Castel Maggiore prima erano cinque poi sono diventate solo tre, iniziamo a pensare male. Tra noi c'è già chi propone di tirar su le tre rimaste, ma ecco che mentre sono nel giardinetto appena fuori dello studio scorgo nel buio l'auto di Alberto che, proprio qui davanti, fa manovra e se ne va. Cerco di urlare, di chiamarlo, ma non serve a nulla, così gli devo telefonare. Una cosa del genere era già accaduta tra me e Simone a Milano tre ore fa, quando ci eravamo accorti di parlarci al telefono da un paio di minuti mentre lui era di fronte a me, a non più di venti metri. Questa intesa perfetta, questa comunicazione lineare, questo cercarsi e trovarsi in un attimo, sembrano proprio i presupposti ideali alle nostre registrazioni corali.


:: uniti come fratelli 3: mai mangiare assieme ::

Finiamo di scaricare tutto nello studio, salutiamo Santini e la sua ragazza, che gentilissimi ci hanno aspettati fino a questa tarda ora, e facciamo rotta verso via Molise, dove c'è l'appartamento che per questi tre giorni sarà nostro, grazie al buon Davide.
Prima però vorremmo mangiare qualcosa, così parcheggiamo le due vetture (Bologna pare peggio di Milano da 'sto punto divista) e ci dirigiamo verso la prima pizzeria che c'è sotto casa. Si tratta di un posto pessimo, primo di una serie di soluzioni culinarie insoddisfacenti che contribuiranno a rendere queste giornate più difficili.
All'interno c'è un pizzaiolo dall'aria un poco ebete, un 'cliente' semi ubriaco, dall'aria più ebete, nonché un tizio seduto davanti ad un computer, vicino alle cucine, con l'aria molto ebete.
I tre ebeti sembrano apprezzare molto il programma a loro destinato, una versione notturna del Grande Fratello, in questo momento trasmessa su uno schermo enorme posto al centro della piccola sala della pizzeria. Il volume è così alto che mi viene il dubbio ci sia in corridoio anche qui l'ampli del basso a tre ante.

Nonostante sia mezzanotte però fanno ancora le pizze, quindi ci accomodiamo su due tavoli adiacenti, con Al e Franz, già sazii d'altra pizza, su uno, ed io Cris e Simo sull'altro. Per tentare di contrastare le chiacchiere della TV e per non fissarci sulle scollature spaventose delle concorrenti tentiamo di conversare, incespicandoci non si sa come in un discorso di teoria musicale nel quale vengono date cinque versioni diverse del concetto di "contrappunto" nella musica barocca. Nel frattempo una delle concorrenti spara a zero su una rivale che le ha usurpato lo smalto per le unghie ed un tizio straparla di insensati litigi agitandosi come un derviscio.
Mentre mangiamo le nostre pessime pizze, l'unico ebete superstite, il pizzaiolo, si piazza al PC e comincia ad ascoltare metal a tutto volume. La sovrapposizione di questi piani sonori ci ha già stressati tanto che ci sta passando la voglia di registrare, ma non quella di dormire, così ce ne andiamo insoddisfatti ed irritati.


:: uniti come fratelli 4: vi ammazzerò tutti ::

La casa, molto accogliente, al terzo piano di un palazzo tranquillo, ha quattro posti letto ed un ampio divano: Simone si accaparra quest'ultimo avidamente, felice di poter dormire nella posizione che desidera (a casa la fidanzata lo costringe a dormire in un modo che per lui è una tortura, onde non farlo russare). A noi restano gli altri letti. Due letti. Matrimoniali. Come per la notte a Roma dopo il live al Fanfulla, le coppie sono presto decise: Franz ed Al da una parte, io e il Cris dall'altra. Si tratta della stessa suddivisione delle vetture, corrispondente anche alle competenze musicali (gli altri hanno alle spalle lunghi studi di musica, mentre io ed il Cris distinguiamo a malapena un MI da un DO): mi chiedo se si tratta di un caso.
Ad ogni modo, il mio compagno di letto, sebbene involontariamente, mi rende la notte impossibile: russa anche lui come un dannato (meno comunque di quanto faccia Franz) e, quando è silenzioso, ha le così dette "scosse miocloniche", ossia delle piccole convulsioni che fanno tremare il letto e rendono il mio sonno impossibile. Così, nonostante i tappi, due pastiglie di Serenotte (la mia droga notturna omeopatica: provatela!) e la lettura de Il signor Procharčin di Fiodor Dostoevskji, racconto malato e angosciante, non riesco a prendere sonno che verso le 6:30. Nel frattempo, la mia mente vaga attraverso i brani di "Mexico", pensando a cosa registrare prima, dopo, durante, come, perché, cosa mettere, togliere, cambiare, in una paranoia infinita di note, ritmi e opzioni incontrollabili. In fondo non è forse colpa delle convulsioni del Cris, ma della mia eccessiva eccitazione se non riesco a dormire. La rabbia da insonnia però cresce, tanto che per tranquillizzare tutti e per creare l'atmosfera distesa che serve per lavorare assieme mando un sms identico a tutti e tre i compari che dormono come angioli.
Dice "Vi ammazzerò tutti".


Venerdì

:: uniti come fratelli 5: andate avanti voi ::

Quando mi sveglio, alle nove, decido che se non mi rimetto giù almeno un po' rischio davvero di uccidere, così chiedo al Cris di essere lui ad alzarsi e di cominciare ad andare in saletta senza di me. Come direbbe Salvo Pinzone di Disasters by Choice, "non cominciamo bene", ma non posso fare altrimenti.
Io mi alzo comunque poco dopo: allo specchio ho la faccia di un orsacchiotto cencioso, e solo una doccia mi rende un aspetto quasi umano. Saluto Simone che, ignaro di tutto, è ancora a letto in attesa di farsi un giro per Bologna. Per oggi registriamo i brani che non necessitano il suo contributo, così può godersi questa giornata di sole e poi andare al colloquio con un professore del DAMS, l'istituto che Simone mantiene ormai dall'79, anno in cui si è iscritto. Da allora ha dato tutti gli esami, ma purtroppo deve ancora laurearsi, e di qui il colloquio di oggi. Gli auguro in bocca al lupo ed esco.
Dopo una colazione in un bar anch'esso pessimo, maleodorante in modo impressionante e popolato da una coppia di signori che discorrono molto animatamente di politica gettandomi occhiate nervose, riprendo la macchina e faccio rotta verso Castel Maggiore, dove trovo gli altri con le mani in tasca, mentre attendono che Santini monti il tutto. Gli ci vorrà dalle 10:30 di mattina alle 14:00, periodo durante il quale noi ci annoieremo a morte nel riperterci mentalmente, ad libitum, la domanda "che ci facciamo qui?".



:: Sunrising PT2 - non cominciamo bene ::

Violino: Franz
Basso: Alberto
Batteria: Cris
Laptop: Teo

Oggi siamo solo in quattro, diciamo nella formazione base, quindi ci dedicheremo a brani 'più facili' che non richiedono l'apporto di Simone né di Lucia, che verrà domani. Io tremo dalla stanchezza, sono paranoico e fatico a stare in piedi.
Decidiamo di partire con l'aggressiva Sunrising, una delle poche già suonata un po' di volte dal vivo.
In realtà quella che stiamo per fare è la seconda parte del brano, che ha anche una lunga introduzione a base di droni, ma che rimandiamo ad altro momento. Ora partiamo subito con i beat.
Come per molti altri brani, noi preferiamo suonarla tutti assieme in contemporanea, e registrare in presa diretta, quindi ci sistemiamo tutti nella sala grande, pronti anche a guardaci per effettuare gli stacchi come si deve (o dovrebbe).

Presa posizione e definiti i volumi in cuffia, partiamo una prima volta in prova ed andiamo decentemente. Riascoltiamo la registrazione di prova e subito ci rendiamo conto che la qualità dei suoni è spettacolare. Santini ci ha messo ore per settare tutto, esasperandoci all'inverosimile, e facendoci saltare il pranzo, ma ora a sentire il suono dei tamburi della sua Ludwig del '72 capiamo che ne è valsa la pena.

Ci rimettiamo lì e tentiamo di rifarla al meglio, ma continuiamo a non riuscirci. Qualcosa va sempre storto, in particolare nel finale, una roba ossessiva e stoppata che forse piacerebbe ai fan dei Ministry e che ci riesce sempre diversa, dato che Al e Cris non sembrano trovare l'intesa giusta.
Alla fine optiamo per tenere una registrazione 'mista', ossia chiediamo a Santini di unire la parte buona del primo take e quella buona del terzo. A questo punto, una volta riascoltato il tutto, ci accorgiamo che il pezzo comunque è una merda. Non nel senso che sia venuto male, ma che è fin troppo monotono nella sua ossessività, soprattutto in questa versione priva delle dinamiche che vengono date con i suoni ritmici del mio Mac (mentre registriamo io tengo solo i suoni standard di base, e quindi ora è tutto appiattito), roba comunque povera e non particolarmente vivace. Ci pensa dunque Alberto che, col suo fare silenzioso, si mette al basso e, attivati tutti i distorsori, prova ad aggiungere una seconda linea di basso più melodica.
Nel frattempo noi altri tre decidiamo di andare a prendere dei panini al vicino Autogrillo
Agip
. Sognavamo pranzi allegri in trattoria, ma pare che panini preconfezionati e rancidi saranno il nostro cibo di questi giorni.

Quando torniamo, Al sta registrando una nuovissima atroce melodia, mai sentita su Sunrising, che a detta del Cris "salva il gruppo", ormai depresso e avvilito, soprattutto dai panini privi di sapore.
Una volta mangiato, Franz ri-registra il proprio violino, questa volta in acustico (prima suonava l'elettrico onde evitare i ritorni nei microfoni della batteria), anche in questo caso in doppia traccia per aggiungere risorse al futuro mix. E là saranno cazzi miei e di Ielasi.



:: Phennel Song - "ti sono mai capitati altri gruppi come noi?" ::

Batteria: Cris
Violini: Franz
Cornamusa: Alberto
Basso: Alberto
Field recordings: Teo

E' ora il turno di un brano che ci riesce relativamente facile, ossia l'unica traccia priva di beat elettronici del disco, un po' come era Teacher Song in "A Quiet Place". Dove però nel precedente questa costituiva il momento di maggiore lievità e dolcezza, Phennel Song qui è un concentrato di pesante ansia e tensione, con la sua lentezza quasi doom dettata dalla batteria e le dissonanze dei violini, con il loro 'contemporaneo' arrangiamento a cura di Franz.
Il lato positivo per me è che non mi è richiesto contributo alcuno, quindi me ne sto in pausa mentre gli altri registrano, poi mi ascolto i risultato. Torno poi in cabina regia quando è il momento della spaventosa cornamusa di Alberto, strumento sul quale lui si è concentrato nella mattinata, esercitandosi a lungo (io ho fatto lo stesso con la tromba). L'immagine di lui nel giardinetto dello studio che spompa la cornamusa è tra le più indimenticabili.
Santini, che sapeva di avere a che fare con dei pazzi, imposta la saletta insonorizzata anche per il baghét di Al (questo il nome 'tecnico' della cornamusa bergamasca che lui usa), registrato in due tranches: una per i droni gravi e l'altra per i suoni acuti. Il risultato della registrazione è paradossalmente vicino ad un suono sintetico, quasi di synth anni '80.



:: voglia di vino e golia ::

Il pomeriggio scorre tremendamente fuori fase per noi: anche oggi non siamo riusciti a mangiare assieme mai, e la cosa non aiuta a fare atmosfera. Io avevo sognato un lungo week end sui colli di Bologna, tra mangiate in trattoira a discutere della nostra musica, pacche sulle spalle e registrazioni sperimentali e rilassate, mentre invece siamo tesissimi, mangiamo in piedi, ci parliamo appena e facciamo avanti e indietro con la sala regia a turni serrati. In ufficio mi sento più rilassato. C'è bisogno di vino. Decidiamo quindi di andare in missione io e Cris alla Coop più vicina, un edificio imponente e stranissimo, quasi futurista, all'interno del quale prendiamo una boccia di Morro d'Alba (ho voglia di Marche), un po' di mele (non ne posso più di carboidrati e affettati) e due pacchi di Golia. Non lo sappiamo ancora, ma queste diverranno la vera droga delle registrazioni, trasformando noi tutti in barcollanti junkies strafatti di liquirizia e gomma arabica, con Santini in cima alla fila vicinissimo all'assuefazione. Il vino fa schifo ma io e il Cris lo tracanniamo lo stesso.


:: From the Air - "quando alzo il braccio vi fermate" ::

Basso: Al
Armonica: Al
Violino: Franz
Laptop: Teo
Chitarra: Cris


Adesso è il turno della nostra prima cover, quella From the Air che pur contenendo campioni interi dell'originale di Laurie Anderson non viene praticamente mai riconosciuta da nessuno. Di solito ci riesce abbastanza facile, ma non è mai detto, quindi vediamo un po' come va. Per la prima volta oggi il Cris imbraccia la chitarra. Tutto fila piuttosto liscio, facciamo un paio di prove e scegliamo la migliore.
La presenza dell'armonica a bocca destabilizza un po' Santini, che comincia a chiedersi che cazzo tireremo fuori ancora nei prossimi giorni per incasinare i brani, ma il momento migliore è quando cerchiamo di stabilire come chiudere il pezzo, unico finora nel nostro repertorio a concludersi "rock and roll", ossia di con un bel colpo finale di piatti, che dal vivo dò io quando il climax è raggiunto.
Qui il piatto non si può usare, quindi dopo varie ipotesi (tra le ipotesi: "urlo 1-2-3-4 / faccio un salto / ti strappo di mano il basso e lo tiro in faccia a Cris / corro verso il contatore e abbasso l'interruttore generale dell'intero edificio / faccio esplodere un raudo sul piano a coda...") scegliamo un poco coreografico ma efficace "alzo il braccio e quando finisce la battuta vi fermate".
Ovviamente, come è abitudine nostra, mentre suoniamo non ci guardiamo mai, quindi quando arriva per me il momento di alzare l'ascella, peraltro pezzatissima e pericolosa, Alberto ha i soliti occhi socchiusi di chi vola tra le proprie nuvole ed il Cris lo sguardo in fissa verso un punto del muro che gli piace molto. Mentre mi chiedo se l'odore ascellare li fermerà comunque, vedo che l'occhio destro di Cristiano fa un brevissimo, quasi impercettibile e rapido movimento verso di me. Il sinistro, a quanto ne so, resta fisso cul muro, ma questo mi fa pensare che forse il novello Peter Falk recepirà il segnale. Alberto invece è in versione Bud Spencer: gli occhi sono due fessure sottili come lame, attraverso le quali scruta il mondo. Spero sia telepatico.
Bang! Climax raggiunto. Si fermano. Brano chiuso.



:: Sunrising PT2, primo tentativo - sguardi d'odio ::

Basso: Al
Violino: Franz
Laptop: Teo
Chitarra: Cris


Vista la strizza che ci è presa di non riuscire a finire in tempo, decidiamo di tentare di fare anche l'intro di Sunrising, "tanto è facile". Ormai è quasi buio fuori, e le nostre orecchie sono provate non solo dai nostri ossessivi brani ma anche dai mix che provengono dalla stanza accanto. Lo studio infatti è in parte in condivisione con altra gente, ed in questo caso i nostri vicini sono i Kobehavn Store, gruppo piacentino di cui avevo già sentito parlare. Sono lì dentro con il bassista di Moltheni, che fa loro da fonico in questa occasione. Quindi anche nei corridoi sentiamo di continuo il classico ripetersi all'infinito di suoni tipico dei momenti di mixaggio. Siamo davvero alienati. Se ci capita pure sta sera un ristorante con la TV a tutto volume gli diamo fuoco.
E' con questo umore che ci mettiamo agli strumenti per i droni di Sunrising, ma dopo il primo tentativo io, che già ero mal disposto causa sonno e causa dissapori con gli altri per certe dissonanze e scomposizioni "un po' alla Ornette Coleman" di Phennel Song, inizio a dare segni di cedimento ed intolleranza. Già Alberto si era accorto di come volessi strangolarlo dopo la sua performance virtuosa alla cornamusa, ma al terzo take di Sunrising in cui io vorrei da lui e Franz solo cose semplicissime e monocordi, mentre invece mi pare che il tutto vada a svilupparsi verso un 'formato canzone' per me noioso e spregevole, non ne posso più e comincio a protestare vistosamente, senza ottenere risposte. Forse siamo davvero troppo provati, è meglio andare a mangiare o "Mexico" diventa davvero il nostro ultimo disco.



:: Dark Osteria ::

Anche Santini, ora raggiunto qui dalla fidanzata, pare non poterne più di noi, quindi ci congeda e ci indica una trattoria che si chiama Osteria del Buio. Io, visto il look suo e della compagna, credo si tratti di un posto per darkettoni in stile anni '80, dove ti servono cibi tipici di quel periodo, ossia la Manzotin e i panini del Burghy, ma invece pare prenda il nome dalla Via Del Buio in cui si trova.
Prendiamo le auto e ci andiamo.
Manca ancora Simone, che già immaginavamo ubriaco a casa nel bel mezzo di un party a base di stangone in occhiali da sole colanti di champagne, invece al telefono ci dice che cenerà da un amico e poi andrà a sentire un concerto al Macondo.
Per la cena siamo dunque in quattro (è già qualcosa), ma la conversazione scorre difficoltosa. Io ed il Cris tentiamo di parlare delle registrazioni della giornata, ma o per gli interventi della cameriera o per scarsa volontà gli argomenti di conversazione passano sempre ad altro, quindi rinunciamo.
In compenso il cibo non è un granché: i prezzi non sono alla mano, e le porzioni, per quanto gustose, sono ridottissime. Pare di stare a Parigi e non in Emilia. Il dubbio, vista la stazza del proprietario, è che lui si mangi la metà di tutti i piatti che escono dalla cucina prima di portarli in talvola. Il top è l'olio, che è più trasparente del piscio di un neonato. No, non siamo di buon umore.
Però una volta usciti, forse per il vino comunque trangugiato, forse per l'aria fresca che circonda il laghetto con parco annesso vicino al quale sorge l'osteria, ci prende un attacco di riso scriteriato alla vista dei cartelli che minacciano pesantemente i cani che facessero i loro bisogni in quell'area. Ci sono scritte cose come "Se la fai qui non torni più a casa": manca l'immagine di uno col fucile che punta la canna all'orecchio del Labrador ed il messaggio è completo.
Stiamo per dividerci di nuovo, e facciamo rotta verso casa.



:: Guccini & Dostoewski, poteva essere come Iggy Pop & Herzog ::

Allo studio c'è un manifesto che pubblicizza un concerto dei Mariposa, gruppo Bolognese del giro Trovarobato che suonerà sta sera al Locomotive. Fanno esattamente il tipo di musica ridondante e casinara che non apprezzo, ed in più le due ore di sonno cominciano a pesare troppo sul mio sistema nervoso, quindi decido di andare a dormire mentre gli altri si danno alla vita. Dato che abbiamo un solo mazzo di chiavi però dobbiamo salire assieme; quando siamo in casa non so come mai mi piglia l'idea malsana di mettere su un CD di Guccini trovato nella casa del buon Davide. E' "Via Paolo Fabbri 43", ed in un batter d'occhio ci troviamo catapultati in un coro sulle note de L'Avvelenata. Manco a farlo apposta, un brano sulle miserie, le scarse soddisfazioni e le fatiche della vita del musicista pare adattarsi perfettamente a questa nostra giornata.
Finito il brano i tre mi salutano e mi lasciano alla compagnia del cantautore emiliano e del libercolo di Dostoewski, un'accoppiata che, nello stato in cui sono, potrebbe produrre il medesimo risultato che "The Idiot" di Iggy Pop unito a "La Ballata di Strorzek" di Herzog produsse su Ian Curtis nel lontano '81.
Ma io non ho né il suo talento, né le sue paranoie, quindi anziché impiccarmi in un armadio (peccato però, gli armadi di Davide sono spettacolari, hanno pure la luce dentro) collasso addormentato sul cuscino dopo due righe de Il signor Procharčin e un brano di Guccini.




Sabato

:: sempre fuori fase ::

Durante la notte riesco a dormire quasi decentemente, fatta eccezione per una parentesi tra le 3:00 e le 5:30, durante la quale tra paranoie maniaco ossessive (Ian sarebbe stato fiero di me) e mentali rivisitazioni maniacali dei brani partorisco idee distruttive sul futuro della band, forse destinata a scomparire dopo questo disco.
Quando mi sveglio però l'umore è già raddrizzato, magari anche perché sono le 10:38. Il fatto che dovessimo trovarci allo studio già da un po' e che non c'è traccia di Al e Franz non mi preoccupa particolarmente. Il piano era che loro si svegliassero prima per andare a prendere La Pianista, ossia Lucia, sorella di Franz, che presterà le sue sottili e diplomate ditina per Dimissioni, il pezzo strappalacrime del disco. Quindi sveglio Cris e Simone, cerchiamo un bar per la colazione che possibilmente non puzzi di stalla ed abbia brioches decenti, lo troviamo e poi partiamo verso Castel Maggiore, dove ci attendono gli altri.



:: I, Undersigned (Dimissioni) - ::

Basso: Al
Piano: Lucia
Violino: Franz
Laptop: Teo
Chitarra: Cris


L'immagine di Lucia al piano con le cuffione in testa già di per sé è fonte di allegria, anche perché, sebbene fino alle ultime prove lei fosse parecchio spaventata dall'idea di improvvisare, poi comporre, poi strutturare ed infine registrare una melodia pianistica per un brano degli strambi amici del fratello, oggi pare presa benissimo dalla situazione.
Forse sta anche abituandosi ai nostri strani modi di suonare 'assieme'. Spesso nelle prove si è fermata di colpo dopo aver fatto l'errore di guardare qualcuno di noi negli occhi. "Non devi mai - mai - mai - mai per nessuna ragione guardare uno di noi mentre suona. Lo mandi in paranoia subito. Noi suoniamo rigorosamente chini sui nostri strumenti." La poveretta ora è conscia di questo, e fissa il vuoto come si deve. Brava tusa.
Sebbene questo fosse uno dei pezzi che mi preoccupava di più a causa di un articolato passaggio 'in maggiore' (un giorno saprò cosa vuol dire, per ora capisco solo che si tratta di 3'' netti di allegria in mezzo a un mare di spleen che Baudelaire ci fa una pippa) tra piano, basso e chitarra, dopo soli pochi take siamo già pronti per riascoltare ed apprezzare, con Lucia contentissima del risultato e del suono del piano, un Kawai a coda registrato da Santini con assoluta perfezione. Siamo tutti molto contenti, specialmente per come è riuscito un ulteriore passaggio in maggiore ('sta volta solo 2'', per non esagerare) sulla lunga coda finale per basso e piano. Fantastico. Anche il violino di Franz è bellissimo. Tocca alla chitarra del Cris, buona al secondo take e siamo pronti per ThatOne, che tanto è facile.



:: sei panini in due ::

Mentre Cris e Alberto si allenano assieme per studiare passaggi e suoni delle due chitarre del brano, "il nostro pezzo alla Mogwai", come lo chiamiamo noi per il suo crescendo chitarristico aggressivo ma melodico (nessuno che lo abbia sentito per ora ci ha visto nulla dei Mogwai, anzi Santini dice che gli ricorda i Thievery Corporation, che non conosco se non di nome), io e Lucia andiamo in paese a procacciare del cibo per tutti. Questa volta evitiamo l'orrore del bar dell'Agip e puntiamo invece un bar-pasticceria dall'aspetto ottimo.
Ordiniamo 3 panini e 3 piadine, ed in più 14 pasticcini, per fare allegria. Restiamo però basiti quando l'arguta commessa ci chiede "li mangiate qui o li portate via"? Vero è che sia io che Lucia siamo piuttosto magrolini, e che qui in Emilia si mangia non poco, ma ce ne vuole per immaginarsi che vorremmo strafogarci in due tutta quella roba... Ad ogni modo Lucia insiste per offrire "voglio farmi perdonare per tutto quello che vi faccio spendere per la mia Freccia Rossa". Quando me lo dice ho un brivido e ricordo: a causa del fottuto Cosmoprof tutti i treni del sabato erano già pieni, fuorché questo con il quale lei ci ha raggiunti, a caro prezzo. Ma ne valeva la pena.



:: ThatOne - regalami un sorriso (o mi ammazzo) ::

Chitarra: Al
Chitarra: Cris
Batteria: Simone
Synth: Franz
Laptop: Teo
Ovetto: Teo

Consumato il pranzo assieme o quasi (i turni non hanno sosta e Simone preferisce aspettare sera per pasteggiare), i due chitarristi tornano alle loro prove e noi chiacchieriamo amabilmente del più e del meno.
Quando arriva il momento di registrare la cavalcata chitarristica, ci rendiamo conto che il brano, seppure già suonato dal vivo più volte e apparentemente assestato, ha ancora parecchie zone d'ombra.
Ciò genera una serie di domande "ma tu metti il distorsore quando io faccio così e così, o prima?", "io devo entrare quando sento il piripiri, no?", "perché non provi a fare 'zumzumzumzum ZUMZUMZUMZUM
zumzumzumzum
ZUMZUMZUMZUM ZUMZUMZUMZUMZUM ZUMZUMZUM'? al posto di zumzumzumzum ZUMZUMZUMZUM zumzumzumzum ZUMZUMZUMZUM zumzumzumzum
ZUMZUMZUMZUM'?".
Come immaginabile, ci vogliono circa sei take prima di arrivare ad un risultato soddisfacente,
peraltro possibile solo grazie ad un ardito copincolla di parti buone prese da una o l'altra versione. Alla fine, stremati, ce la facciamo: la parte di base è pronta, compreso anche il finale Regalami un sorriso. Si tratta dell'unico brandello spensierato e pop, fuoriuscito da un'impennata del Cris durante le prove di mesi fa, seguìto inaspettatamente a ruota da tutti e noi tre, con Franz che svisa sui tasti del Korg come un bimbo in delirio, Al che inanella assoli gioiosi ed io che tengo il tempo con un misero ma efficace ovetto. Ancora non abbiamo deciso se tenerla nel disco, ma io mi batterò affinché sia così. Il fatto che Simone ci abbia fatto notare che il piano fa proprio la melodia di Regalami un sorriso di Drupi non ci fermerà. Anzi, è bella di più.

E' ora finalmente del turno di Simone, rimasto tutto il giorno in placida attesa, con la sola eccezione di una mezz'ora d'aria mentre accompagnava Lucia alla stazione. Mentre era via Santini gli ha approntato tutta la batteria (con un set a tom unico, diverso da quello del Cris), ma quando Simone la vede inizia a ri-smontarla con la sua solita aria placida.
"Scusa come mai sposti il rullante?"
"Io la suono così"
"Ah. Ma poi devo risistemare tutti i microfoni e i cavi"
"Si, ma se no io non suono"
"Sì, ma ci vuole un'ora poi per ri-microfonare tutto"
"Si, ma se no io non suono"
"Sì, ma ci vuole un'ora poi per ri-microfonare tutto"
"Si, ma se no io non suono"
"Sì, ma ci vuole un'ora poi per ri-microfonare tutto"
(...ad lib.)

Per fortuna interviene il Cris chiedendo a Simone come mai usa la batteria da mancino, pur essendo destro, ed interrompe l'ecolalia dei due:
"E' perché sono stato impostato da un pazzo"
Significa che il primo maestro di batteria di Simo lo faceva suonare 'a specchio' rispetto a lui, e quindi ora suona come un mancino.
Santini sposta tutto.



:: tentiamo il suicidio collettivo dal Lurido ::

Alla fine, come prevedibile, la batteria risulta bellissima sia come suoni che come 'forma', con Simone che costruisce degli 'appoggi melodici' che, pur seguendo i miei beat, accompagnano le melodie delle chitarre. Lui ama anche accordare la batteria, quindi il suono che ne esce si immerge alla perfezione con il resto.
Siamo estenuati ma soddisfatti e pronti per andare a mangiare. Anche se avremmo voluto registrare Boys Vomit oggi preferiamo rimandare.
Questa sera è sabato e ci va di fare un po' di vita, quindi, in accordo generale, decidiamo di andare a mangaire dal Lurido, ossia presso un'osteria vicino a Porta S. F. in cui ci aveva portato Matteo A. di Musica di un Certo Livello quando abbiamo suonato a Bologna. Il fatto che il luogo fosse davvero al limite del ritiro licenza da parte dell'Ufficio di Igiene non ci aveva scoraggiati, soprattutto in virtù della quantità del cibo e della sua confortante economicità. Anche Simone lo conosce bene e sottoscrive la scelta, così inforchiamo i due veicoli e partiamo alla volta del centro.
Attraversata una Bologna vivace e piuttosto trafficata parcheggiamo senza troppe diffocoltà e prendiamo posto dal Lurido sullo stesso tavolino dell'altra volta, proprio sotto ai vecchi vinili appesi al muro. Si tratta di roba buona, trash anni '80 del livello di "Cielo duro" degli Squallor, una rara copia di "Muscolo Rosso" di Cicciolina ed una rarissima (su eBay parte da 450 euro, ho controllato) di un LP di Alessandra Mussolini, che mostra le lunghe gambe in copertina. E' il posto per noi.
Franz è innervosito dalle battute della camerira/properietaria ("Io odio quelli che vogliono fare i simpatici") e non ha tutti i torti, dato che la tizia usa le identiche battute che usò la volta scorsa ("Dài, ordinate anche il secondo che devo rifarmi le tette"). Però il posto gli piace e mi chiede come mai lo chiamino "Lurido". Gli dico di provare a fare un giro in bagno o in cucina, poi ordiniamo il piatto che più si addice ad un luogo che è mensa di germi e batteri: un bel piatto di pasta al pesce.
Cris e Simone sono più intelligenti e preferiscono non rischiare la notte sul cesso, quindi si danno a lasagne e tagliatelle.
Quando ho quasi finito la mia pasta Alberto, che fino a quel momento aveva scartato tutte le vongole, ci avverte che secondo lui non sono per nulla fresche, e che sono amare. Io e Franz lo guardiamo come a dire "razza di imbecille potevi dircelo prima?", ma ormai è tardi. Quando la cameriera gli chiede come fosse la pasta lui denuncia il fatto che il pesce era quasi immangiabile, al che la tizia risponde, geniale "non intendevo il pesce, io dicevo la pasta, gli strogoli fatti in casa". Il che ci fa intuire come lei desse per scontato che il pesce era del '91.
Ad ogni buon conto smette di fare battute ed ordiniamo una pizza (Al e franz), un tiramisu (Cris, che in realtà non lo aveva ordinato ma lei lo porta lo stesso), un carciofo annegato in un mare di olio rifritto (io) e il pollo più caldo e asciutto del mondo (Simone).
A difesa del Lurido va detto che mediamente il cibo è comunque decente, ed il conto spaventosamente economico, quindi usciamo di lì satolli ed incorciamo le dita.



:: "niente grappa? allora ce ne andiamo" ::

Abbiamo però bisogno di caffé, amaro e grappa, così l'idea è quella di dirigerci verso il celebre Pratello, il centro dello struscio e della bella vita bolognese del sabato sera, quindi passeggiamo sotto i portici incrociando umanità di vario tipo, tendenzialmente posers vestiti tutti uguali, immigrati dall'aria simpatica e ragazze infighettate quel tanto che basta a farle apparire non-troppo-borghesi-ma-alternative.
Il primo tentativo di pub abortisce nel momento in cui scopriamo che non ci sono grappe e Simone fulmina la cameriera con un irrevocabile e fantastico "Allora ce ne andiamo", col la tizia che ancora un po' si fa saltare l'anello al naso dalla sopresa. Al secondo tentativo ci sediamo su due panche, all'aperto, poco fuori dal portico, e consumiamo mirti e grappe osservando la gente che passa.
Simone beve invece birra poiché il pollo del Lurido gli sta prosciugando anche l'anima da tanto era secco e stopposo. "Non fiefco quasi più a paflafe da quanto efa afiutto, caffo!" ci dice più volte disperato. Io replico dicendogli che gli avrei volentieri ceduto il lubrificante del mio carciofo, ma è tardi per recriminare.

E' durante questo rilassato momento che giunge il colpo di scena: un misterioso amico chiama Simone e lo invita ad un festa, dicendogli di portare pure anche noi. Sono solo le undici e mezza, siamo allegri, giovani e svegli. Non possiamo dire di no. Ci alziamo, facciamo rotta verso le auto e partiamo alla volta di via Andrea Costa, ovviamente dall'altra parte della città.

Per raggiungere l'agognato luogo della festa ci incastriamo per i viali, le stradine e le rotonde di Bologna, passando sotto alle splendide arcate di San Luca illuminate come un lungo treno giallo. Quando "Aleister" Simone ci racconta che sono 666 e che pare vi sia un culto satanico legato ad esse siamo per fortuna ormai arrivati a destinazione.



:: minkia ke figata; xé non ce ne andiamo xò? ::

Quando il portone si apre dopo il nostro squillo citofonico saliamo le scale e da sopra giunge il tipico bordello confuso da festa: musica del passato, brindisi di plastica, risate confuse e spradici urlacci. Ad accoglierci è Xxxxx, il cantante dei Papyr Catastroph, il gruppo in cui suona Simone. Lo abbiamo già conosciuto al matrimonio di Alberto, quando loro hanno intrattenuto gl ospiti con cover di pezzi anni '70 energiche e ben fatte. Al momento di ben fatto qui però c'è solo lui, i cui occhietti arrossati e socchiusi denunciano uno stato semicomatoso che gli fa onore. Ci racconta felice di come questa sia la terza delle feste cui ha partecipato in giornata, le prime di laurea e questa invece di non si sa cosa. E' davvero gentilissimo ad averci invitati ed in più ci offre un ben di Dio di salatini, fette di salame, pomodori secchi, patatine e stuzzichini in piena atmosfera da festa. Noi preferiamo però attaccarci alla fresca sangria, anche perché nell'angusta cucina, stipata di gente in maniche corte, fa un caldo fottuto e noi siamo con cappotti e giacche di lana.
Mentre perdo di vista i miei compari faccio la conoscenza di Dario, studente siciliano di stanza qui, assai aperto e simpatico, e di una ragazza che impone un brindisi al "primo gol della stagione, che spero di segnare lunedì, nell'ultima partita di campinato." Pare che lei sia l'attaccante di una squadra di calcio femminile, e che però ancora non sia riuscita a mettere a segno un solo gol.
La capisco ed alzo il bicchiere bianco, per un silenzioso brindisi al PVC, mentre lei poi bacia la propria compagna. E' la conferma di un sospetto che già avevo, ossia che buona parte degli invitati faccia parte di una congrega di ragazze lesbiche, la qualcosa, casomai ve ne fosse bisogno, esclude in partenza ogni possibile interesse da parte loro verso di noi.
Mentre chiacchiero con Dario mi guardo intorno e noto che i miei compari sono tutti scomparsi, ad eccezione di Simone che discute con il proprio cantante di cosa ci faccia qui con noi. Di colpo spunta Franz tra la folla e mi fa cenno tipo "noi andiamo", al che comunico la cosa a Simo e ci prepariamo pure noi per una rapida fuga. La nostra presenza qui è stata fugace, soprattutto a causa del fatto che, effettivamente, in mezzo a questi ventenni alle prese con esami universitarii e paturnie adolescenziali ci sentiamo come pesci nella sabbia.
A lungo il mio sguardo si è fissato sui fogli appesi in cucina, recanti citazioni di discorsi notturni avvenuti tra gli abitanti e gli ospiti dell'appartamento. Ricorda cose che già conoscevo, anche se non ho mai fatto quel tipo di vita.
In più, non mi è facile capire cosa cazzo ci sia scritto, dato che codesti giovini fanno un impiego della nobile lingua di Dante cui sono poco avvezzo [ok ok, non parlo così di solito!]. Nei loro scritti abbondano frasi tipo "Qui la Gippy ha detto ke lei nn c stava con il Bubby xké lui nn le vl bn x un cazzo": sono interessanti, ma di difficile interpretazione per un vecchio come me.
Colui che però ne ha fatto più pesantemente le spese pare essere stato Al, vero artefice della fuga anticipata, il quale ad un certo punto pare abbia recuperato in fretta golf e giacca e, pronunciata la laconica frase "Io vado" si sia dileguato, seguito da Cris e Franz.

Ora siamo tutti e cinque per strada, pronti a fare rotta verso casa. Simone dice che ci guida lui, è semplicissimo.



:: gli Sparkle in Grey vanno a puttane ::

Conduco la mia Opel Corsa con alle spalle la Fiat Palio di Alberto, ma dopo poche svolte non scorgo più i fari dell'amico e mi vedo quindi costretto ad accostare.
So che loro non hanno molta esperienza di Bologna e non possiedono una cartina, quindi temo che senza di noi siano del tutto perduti. Nelle mie considerazioni non ho però valutato il fatto che la nostra guida indiana, lo sherpa delle due torri, il faro della via Emilia, il Maestro dei tempi misti Simone Riva, è in uno stato alcolico piuttosto pietoso. Essendo il suo modo di fare sempre abbastanza serafico, sopra le righe, rilassato e pacifico, probabilmente ci si avvede del suo stato alterato di coscienza quando è troppo tardi. Come adesso.
Quando accosto punto i pressi di una fermata del pullman, che già in precedenza avevo notato troppo popolata vista l'ora tarda.
E' l'una di notte e trovo bizzarro che sotto la tettoia ci siano ben tre persone in attesa di un bus che forse passerà non prima delle 7:30. Il fatto che tutte e tre siano femmine ed indossino vestiti poco adatti al tempo infame (ovviamente piove e tira vento) mi suggerisce che siamo di fronte a professioniste dell'attesa del mezzo pubico e non pubblico.
Onde non indurci in tentazione e per non illudere le tre giovani, decido di proseguire qualche metro ed accostare poco più avanti. Mentre scruto negli specchietti in attesa di veder ricomparire la Palio blu di Al, mi accorgo che Simone ha aperto la portiera posteriore ed ha iniziato un dialogo con le ragasssuole.
"...stiamo aspettando i nostri amici", gli sentiamo dire. Io ed il Cris ci guardiamo preoccupati e ci chiediamo che cazzo stia facendo, mentre lo vediamo scendere dall'auto e dirigersi incontro a quella che scopriremo essere Sonia, graziosa mignotta bulgara dai modi gentili e innegabilmente invitanti.
"Scopatina pompino, dài?"
"No no, ti ringrazio. Il fatto è che il nostro amico si è perso, lo dobbiamo aspettare."
"Facciamo bello assieme io e te, dài?"
"Sei molto carina, mi farebbe piacere, ma non posso, stiamo aspettando i nostri amici."

Anche questo loop dialettico (sebbene obiettivamente più interessante di quello sulla batteria di ieri con Santini) rischia di arenarsi, e quindi è la volta del Cris a dover ancora intervenire, ma in questo caso in modo piuttosto fallimentare, dato che dopo pochi istanti in cui io mi aggrappo al volante scuotendo la testa e chiedendomi come cazzo andrà a finire, lo vedo tornare con Simo.
"Hai un euro Teo?", chiede quest'ultimo.
"Ma cosa cazzo ti fa per un euro, sant'iddio?"
"No, è per il caffé dice... ma io non ho spiccioli."
E' quindi il Cris a omaggiare la tipa della sonante moneta, al che lei ringrazia educatamente e ripropone: "Scopatina pompino io e te, dài?"
"Eh, no!" replica il Cris.
"Daaaaaiiiiii... facciamo bello assieme io e te dài!" (con voce languidissima...).
A questo punto io ossevo la scena con molto interesse, e vedo che piano la conversazione diventa più sensata, al punto che Simone le chiede appunto da dove venga e come si chiami. Sonia, cui forse non sembra vero d'essere trattata con rispetto (Simo è davvero una delle persone più educate ch'io conosca), parla volentieri. E' effettivamente molto bella, e contrasta con l'idea della prostituta sfatta e volgare che ho in mente io (probabilmente quelle che ho frequentato finora erano di scarso livello). Alla fine Cris rientra in macchina e telefona ad Alberto, il quale, ignaro di tutto, è già quasi a casa a dice che ci aspettano là.*
Quando siamo di nuovo in viaggio chiediamo al nostro batterista ospite cosa si siano poi detti lui e Sonia negli ultimi minuti di chiacchiera, ma la sua risposta "Non mi ricordo" relega definitivamente nel mistero il contenuto arcano della conversazione.
Stùpidi come capre continuiamo a vagare per Bologna, definitivamente smarriti, quando decidiamo di inforcare la tangenziale e di cercare l'uscita 12, punto dal quale ho ormai imparato a ritrovare casa.
Una volta giunti là troviamo i due amici, che ci chiedono stupiti:
"Ma dove cazzo siete stati?"
"Siamo andati a puttane".



* Tale breve viaggio ci costerà caro: Al, passando sotto gli occhi delle telecamere, riesce a beccarsi due multe per transito nella corsia riservata ai bus, che ci arriveranno due mesi dopo. Potevamo spendere quei soldi con Sonia.



Domenica

:: velupendulo rigonfio ::

Il programma della mattinata è definito: sveglia tutti assieme, pulizia assieme della casa, colazione assieme e poi tutti da Santini per registrare Mexico e Boys Vomit.
Io ho dormito decentemente, quindi mi alzo, mi lavo, poi fa lo stesso il Cris, infine tocca a
Franz, che esce dal bagno, viene da me, con la faccia preoccupata, quasi ansimante, ancora in mutande e maglietta, e mi dice: "sto male". Conoscendolo è ovvio che scherza, quindi non do molto peso alla cosa, sebbene non mi sembra che stia ridendo mentre la dice. Anzi, non ride proprio. "Sto male. Non riesco a respiare" ripete.
Merda non dovevamo prendere il pesce dal Lurido: è il primo pensiero che mi si affaccia nella mente.
Però io ed Al siamo relativamente sani, possibile che si tratti di una 'semplice' (vorrebbe dir corsa al pronto soccorso) reazione allergica a qualcosa? Facciamo varie ipotesi, aspettiamo un po', poi Franz si guarda in gola allo specchio e nota che il velupendulo, quel cosino appeso in mezzo al palato di cui nessuno ha mai capito la funzione, è gonfio come un rapanello maturo. Controllo anch'io, ed in effetti sì, è colpa sua. Sembra una cazzata, ma dato che questo lo costringe a respirare affannosamente, non lo è. Chiamo subito Paola, la madre della mia ragazza Gaia, che è farmacista ed è ormai il nostro pronto soccorso telefonico per queste ed altre occasioni. Lei, come sempre gentilissima, ci tranquillizza e dice che si tratta sì di una cosa molto strana, ma non preoccupante. Con un po' di antinfiammatori e - al limite - un blando antistaminico dovrebbe passare. Quindi Franz e Alberto fanno le valigie in tutta fretta e si dirigono verso la più vicina farmacia (ovviamente è domenica, quindi dovranno cercare quella di turno). Nel frattempo io e Cris puliamo sconsolati la casa già pronti all'eventualità di passare un bel pomeriggio all'ospedale. Alla fine anche Simone si alza, ricordando che nella notte ha sentito Franz "fare dei suoni stranissimi, era evidente che stava male", così noi tre andiamo a fare colazione.
La giornata è bella e troviamo un bar pasticceria che è il migliore dei tre giorni: sembra che pian piano ci stiamo come assestando, ma il destino di "Mexico" resta appeso al velupendulo di Franz.



:: Boys Vomit - non toccate questo brano ::

Chitarra: Al
Chitarra: Cris
Viola: Franz
Laptop: Teo
Basso: Ago (nel 2000)


AgoQuesta mattina è (o sarebbe) la volta di Boys Vomit, la seconda delle cover del disco. Il pezzo lo abbiamo rubato in questo caso a noi stessi: si tratta di un estratto del disco del famosissimo gruppo dei Norm "The Last Summer: Songs for a Fading Youth". In questo caso, nonostante la fama mondiale, assai superiore a quella della moglie di Lou Reed, non temiamo denunce: gli autori siamo io (elettronica), Cris (chitarra) e Agostino Brambilla (basso). In realtà quest'ultimo potrebbe anche denunciarci, ma pare ci abbia dato il nulla osta a procedere con 'la cover', peraltro piuttosto fedele all'originale, con tanto di giro di basso mantenuto intatto, con la medesima registrazione di nove anni fa.
Nella versione che registriamo oggi c'è una seconda chitarra di Alberto, che aggiunge tristezza ad un pezzo che già ricorda i Cure più depressi, e il violino di Franz, suonato però con la quinta corda, quasi una viola.
Ovviamente siamo in ritardo e per ora solo in tre, quindi ancora incerti se tornarcene a casa o portare a termine il tutto nel caso in cui Franz si rimetta. Quando lui ed Alberto arrivano sembrano abbastanza sereni: sebbene l'ugola sia rimasta gonfia un po' di antinfiammatori e un colluttorio potente leniscono il fastidio, quindi possiamo iniziare a registrare.
Il set è quasi pronto, dato che le due chitarre sono lì da ieri per ThatOne, così mi metto al PC e facciamo un primo take, abbastanza buono. Già al secondo la chitarra del Cris, che si concentra su poche ma efficaci note è ok, quindi Alberto rifà un pezzo della propria, poi siamo pronti per il violone.
Su questo brano ci siamo già scontrati nelle prove al Silos e in commenti via mail, dato che il desiderio è quello di lasciarlo minimale e scarno, semplice, ma il primo take di Franz è di nuovo per i miei gusti troppo arzigogolato ed ingabbiato nella ritmica, già di per sé ossessiva, quindi insisto perché lo rifaccia, e chiedo anche ad Alberto cosa ne pensa, dato che per me si scontra con la sua chitarra. Franz non è per nulla contento, credo mi vorrebbe gonfiare il velupendulo, ma si adatta e registra una nuova versione molto più distesa e pacata, più stabile su note gravi. Anche già osservandone la forma d'onda sullo schermo di Santini mi pare starci molto meglio, ed alla fine scegliamo quella. So di essere stato un gran cagacazzo su questa cosa, per di più con Franz ammalato, ma non ce la facevo a cedere.



:: Surnising PT1, secondo tentativo - il coro delle basse frequenze ::

Basso: Al
Chitarra (effetti): Cris
Viola: Franz
Laptop: Teo

Sarebbe ora di mangiare, ma attendiamo ancora un po' sulle ali dell'entusiasmo per il quasi 'buona la prima' di Boys Vomit, così decidiamo di riprovarci con la prima parte di Sunrising. Già mentre Cris prova i suoi suoni, del tutto diversi da come erano due giorni fa, con uno stratificarsi di loop generati alla loopstation sulla stessa nota, l'atmosfera è radicalmente diversa.
Facciamo una prova, e di nuovo rompo il cazzo a Franz per chiedergli una cosa pià semplice e meno ritmica, dato che nella mia mente questa intro deve mantenere un certo stato di caos con i suoni di basso, chitarra e violino (sempre sulla quinta corda, basso) e laptop a intrecciarsi su frequenze basse.
Mentre registriamo il take definitivo per la prima volta fa capolino dalla sala di fianco il fonico / bassista di Moltheni, che infila la testa in un pertugio al di là del vetro che ci separa da loro, incuriosito dal magma in uscita dai nostri amplificatori.
Quando incontro il suo sguardo gli sorrido, lui ricambia e mi fa cenno con il pollice in alto, come a dire "fico questo". So che è una cosa sciocca, ma mi fa parecchio piacere. Anche Santini pare soddisfatto e quando gli diamo lo "stop" commenta "E' tutto un altro brano ora!".
Non ho idea di che ne pensino i compari, a parte il Cris che sembra molto soddisfatto, ma non stiamo a discuterne perché abbiamo fame, e dobbiamo cibarci decentemente prima di iniziare con Mexico. Simone preferisce restare qui con Santini, quindi noi quattro andiamo a caccia di un panino, per trovare invece il primo pasto davvero buono del week end.



:: Trattoria Caffé México ::

Dopo un breve girovagare nuovamente sfortunato (avevamo individuato una fiera che oggi fa le tigelle, ma inspiegabilmente le preparano solo dalle tre in poi, manco fossimo a Valencia) incappiamo nell'unica trattoria/pizzeria promettente del circondario. Quando entriamo ci avvisano che non fanno pizza, ma che possiamo prendere dei primi da asporto. Noi vorremmo fare in fretta, ma il posto è carino e la voglia di sederci tranquilli è tanta, così decidiamo di prendere un tavolo.
L'oste decide quindi di rovinare il pasto ad una graziosa coppietta seduta a un tavolino mettendoci proprio accanto a loro, sebbene il salone sia vuoto. Forse non sa o non prevede che i commenti sul velupendulo di Franz, ancora gonfio, porteranno i nostri discorsi su "quella volta che...", in una serie di anettoti che spolverano vomitate, ferite, ispezioni rettali e viaggi all'interno del corpo umano. I due di fianco chiedono il caffé dopo l'antipasto mentre noi riceviamo dei succulenti piatti di ravioli alla panna, carpaccio di carne e pasta al pesce (questa volta per il Cris, lui - il bastardo - non si era fidato del Lurido).
Il tutto è squisito ed economico, quindi ordiniamo anche il caffé. Quando ci arrivano le tazzine gli occhi si spalancano: portano la scritta Mexico! Già ieri, nella pasticceria dove ero stato con Lucia, avevamo raccattato una decina di tovaglioli firmati da questa marca di caffé che mai avevamo sentito prima, ma le tazzine sono bellissime, troppo per resistervi.
Quindi mentre paghiamo Alberto, di soppiatto, ne fotte una sotto gli occhi dell'oste.
Quando usciamo ci sentiamo allegri, satolli, soddisfatti, accaldati, sereni, messicani. Partiamo filati verso lo studio, sbagliando ovviamente strada.



:: México - la danza dei ritmi dispari / dub / funky / dark / reggae / pop / jazz ::

Chitarra: Al
Basso: Cris
Batteria: Simone
Piano: Franz
Synth: Franz
Laptop: Teo
Tromba: Teo

Chitarra acustica: Al

Ci siamo. E' l'ora della title track. L'ora del brano che ha cambiato faccia mille volte. Doveva essere un brano per quattro bassi, per una compilation finlandese di Ville Moskitto (Harha Askel), ma poi gliene abbiamo dato una diversa versione (Bass Quartet pt. 1). Ha cambiato nome (Dub Quartet), si è evoluto verso il dub, su un sample dei Rhythm and Sound, e doveva far parte di un'altra compilation organizzata dall'amico Paolo Ippoliti (Nighthowks Tapes), poi andata a monte. Un pezzo in cui è finalmente emersa l'anima di bassista del Cris, che s'è inventato il giro di basso più fico di tutti in nostri pezzi (scusa Alberto!). In una serata alcolica e solitaria Alberto ha tirato poi fuori uno spirito funky/dark inaspettato, dove è funky per il groove ma dark perché in fondo tristissimo come quasi tutto quel che facciamo. E' poi diventato una fanfara di strumenti, compresa la tromba, che per la prima volta ho osato tirare fuori con gli Sparkle in Grey dopo solo pochi mesi di studi. Per un po' è stato una ridda jazz, nella sua caotica parte centrale, e con il piano di Franz che passeggia sui ritmi elettronici squadrati. Infine, è esploso in una versione african dei Killing Joke quando Simone si è messo alla batteria, e dopo vari tentativi ha partorito un ritmo misto, mezzo pari e mezzo dispari, che farebbe muovere il culo anche suo nonno.
Ora che lo abbiamo registrato, riascoltandolo, ci accorgiamo che è molto pop.
Il tutto grazie ad una pausa inaspettata, imprevista, accaduta in coda alla parte centrale (la ridda jazz), dovuta al fatto che a Simone sono cadute le cuffie mentre batteva sui tamburi, e che quindi per raccoglierle da terra e rimetterle sono passati quei due secondi che, riempito ora solo da due note di synth di Franz, rendono lo stacco ritmico una cosa da musica pop.

Incredibilmente ci bastano tre take per ottenere una registrazione soddisfacente. Meno male, anche perché per suonare i miei quattro "Do" con la tromba, che faccio in rigoroso crescendo, chiuso nello stanzino insonorizzato, stavo per schiattare. Nel primo tentativo, preso dall'impeto e dall'emozione, ho fatto già il secondo al massimo della mia potenza, riducendomi al quarto - come prevedibile - a boccheggiare come una triglia sui sassi.
Visto il risultato decente però non mi fermo, e sfidando la vergogna propongo di registrare anche due note sul finale, per ora lasciato alla chitarra di Al, al basso di Cris ed al piano di Franz.
E' quest'ultimo che mi sostiene nella difficile prova, dandomi indicazioni prima su che note fare (inizialmente riuscivo genialmente a beccarne due che non avevano nulla a che fare con il pezzo), poi su quale fare prima, poi su quale tenere più a lungo. Così mentre suono nel mio stanzino lui fa avanti e indietro dicendo "Il LA diesis fallo prima", poi "ora tienilo più a lungo", "ora è ok"), ed io cerco di seguire le sue indicazioni, un po' imbarazzato ma anche felice di provarci.
Con una tonnellata di echi e di delay ("Ti metto l'effetto Notre Dame, va bene?" mi chiede Santini), ci sta pure bene nel brano.
Ho suonato. La mia mamma sarà fiera di me.



:: tutti assieme ::

Ora è finita. Al ha ri-registrato la sua traccia di chitarra con qualche effetto in più per la terza parte, e così ci ritroviamo tutti ad ascoltare questo bizzarro brano di dieci minuti e rotti. Siamo a cerchio, compreso Santini, attorno alla console. Nel frattempo è perfino arrivato Matteo A., il boss di Musica di Un Certo Livello, colui che ci ha pubblicato "Nefelodhis", colui grazie al quale abbiamo suonato a Bologna e poi conosciuto Santini.
E' un momento bellissimo. I suoni sono una meraviglia, non abbiamo dovuto discutere su nulla, la parte di Simone è venuta divinamente, complessa e semplice allo stesso tempo. Siamo qui tutti assieme, abbiamo finito il lavoro, siamo soddisfatti. E forse anche felici. Ne valeva la pena.



:: colpo di scena finale: il virus ::

Restano ancora alcuni minuti, tempo di far eseguire a Simone una parte di soli piatti per From the Air, che ovviamente gli riesce benissimo, e poi non resta che farsi dare un bel DVD con tutte le tracce separate, messe in griglia e premixate dal nostro efficientissimo fonico, poi possiamo andare a casa.
Peccato che il computer dell'ex cantante dei Disciplinatha, forse esausto per aver registrato tante strambe porcherie per giorni, non ne voglia più sapere e stia pensando pian piano di darsi al pensionamento anticipato. Cubase non risponde più, e fin qui va pazienza. Il masterizzatore DVD non viene riconosciuto, e non è bello. L'account di amministratore del sistema non esiste più, e questo non piace. La macchina si riavvia a piacere, quando meno ci se lo aspetta, e questo è proprio sgradevole. Il volto di Santini, mentre constata tutte queste cose, invecchia peggio di Dorian Grey, e solo grazie alla sua notevole educazione si trattiene dall'iniziare ad imprecare. Io sono meno educato, ed al pensiero che magari tutti i dati, comprese le sudate registrazioni, stiano per andare persi, chiedo un calendario per trarre ispirazione dai nomi dei santi. Per fortuna San Cristiano Santini mi rassicura dicendo che mentre lavoravamo in automatico backuppava su due dischi esterni il lavoro, e solo Iddio sa quanto gli sono grato per questo. Se ancora la sua bravura non fosse stata abbastanza, ora - se non mi muore comunque lui di infarto - lo consiglierò a tutti gli amici musicisti.
La procedura di masterizzazione del DVD passa dunque attraverso altri due computer, uno mio e uno suo, ed alla fine, un'ora dopo, passata a chiacchierare con il buon Matteo ed a sbaraccare la nostra roba, possiamo partire.
Quando saliamo in macchina siamo euforici. E' stata durissima ma il risultato che ci portiamo a casa, che peraltro è stato a rischio fino all'ultimo, ci soddisfa. Ridiamo, scherziamo e ci salutiamo in un modo che al primo giorno, quando tutto sembrava andare male, non avrei mai immaginato.



:: Dal Messico a Mafalda ::

Il viaggio di ritorno scorre estremamente liscio, viaggiamo veloci e chiacchieriamo di quanto fatto nei giorni passati. Cris e Simo sono soddisfatti, e quest'ultimo riceve le nostre lodi per come ha suonato e come è stato paziente nei momenti - lunghi - di attesa, tempi morti che non passavano mai, come le scene fatte per riempire la trama di un film porno. Ascoltiamo musiche d'ogni tipo, e commentiamo rapiti, scambiandoci nomi, idee, dubbi. Mi sento estremamente vivo. Quando riporto Cris alla sua macchina e poi Simone al Silos chiamo subito Gaia, cui non vedo l'ora, come sempre, di raccontare tutto. Entrato in casa la travolgerò di aneddoti, così come ho fatto con chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui.
Il ritorno al lavoro ci vedrà svuotati, forse in un certo senso sereni. Durante le registrazioni pensavo che per un po' sarebbe stato bene prenderci una vacanza gli uni dagli altri, non vederci per un po', ma già martedì decido di organizzare una cena assieme, da Mafalda, la fantastica trattoria vicino alla casa di Alberto dove ogni tanto siamo andati prima di provare al Silos.

L'atmosfera familiare dell'osteria ed il copioso cibo, unito all'ottimo vino rosso ci portano subito verso una marea di chiacchiere sul passato week end e sulla nostra musica mentre Cris, il vero teorico del gruppo, ci spiega come la vera fuga non abbia mai fine, e preveda un ritorno, e poi una ripartenza. Siamo stati in Messico, ora siamo tornati a casa. E abbiamo gi à voglia di partire di nuovo.


Hue, 14 aprile 2009